Sotto la lente: scopri l’anima dietro la storia | Michela Mosca
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Martina Tozzi, con Vita di una falena, ci aveva guidati tra le ombre e i bagliori dell’anima di Virginia Woolf. Oggi, invece, è Michela Mosca a portarci indietro nel tempo, nelle terre nebbiose e misteriose del Polesine del Cinquecento, con il suo romanzo Il destino di una segnaressa.
Tra filò contadini, rituali tramandati sottovoce e il peso di una società pronta a trasformare la paura in condanna, Michela Mosca costruisce una storia che intreccia folklore, realismo magico e memoria storica, restituendo voce a figure femminili rimaste troppo a lungo ai margini.
In questo appuntamento della nostra rubrica Sotto la lente, esploreremo insieme il fascino ancestrale delle segnaresse, il confine sottile tra fede e superstizione, e il modo in cui il paesaggio brumoso del Veneto diventa specchio delle inquietudini di Agnese, protagonista sospesa tra desiderio di libertà e bisogno di sopravvivere.
Perché, a volte, le storie più antiche sono anche quelle che parlano di noi con maggiore lucidità.
La figura della “segnaressa” tra storia e folklore
Il romanzo recupera una figura ancestrale della tradizione contadina veneta. In che modo la sua ricerca accademica e la passione per il folklore locale hanno influenzato la costruzione del personaggio di Agnese e quanto è stato importante per lei restituire dignità a queste donne, spesso sospese tra il ruolo di guaritrici e l'accusa di stregoneria?
Agnese è il frutto di una lunga ricerca, che parte dai processi alle cosiddette puttinate, come Costanza Fratirolla e Clemenza Bacca, fattucchiere ed ex prostitute, e si estende ad altri casi di cronaca che fecero un certo scalpore nella Serenissima post-Controriforma.
Grazie a questo personaggio, ho potuto parlare di tanti argomenti diversi: il filò; il modo in cui la gente umile si curava, tra erbe con proprietà mediche e gesti apotropaici; la condizione delle donne a quel tempo. All’epoca, se decidevano di non sposarsi o se rimanevano vedove o cadevano in disgrazia per qualsiasi motivo, spesso avevano solo due modi per sopravvivere: prostituirsi o vendere rituali e altre prestazioni (come gli aborti). Di solito, un’attività non escludeva l’altra.
Ai giorni nostri abbiamo tante più opportunità per riprenderci da una sventura, all’epoca no. Senza referenze, non ti assumevano nelle case come massaia. Senza marito o fratelli o un figlio già adulto, eri esposta a mille pericoli. Entrare nei monasteri, a differenza di quel che si può pensare, era molto difficile, dato che si doveva pagare una sorta di dote, e comunque la fila era lunga! Ho quindi voluto spiegare come fosse facile ritrovarsi per strada, senza soldi e aiuti, in balia di banditi e uomini violenti, e come queste donne, dipinte come immorali e senza scrupoli, in realtà facessero solo del loro meglio per non soccombere e vivere al meglio delle loro capacità.
Il Polesine come spazio liminale
L’ambientazione della Rovigo del 1574, con le sue paludi e le sue nebbie, non è solo un fondale, ma una dimensione quasi mitologica dove il magico sembra scaturire dalla terra stessa. Come ha lavorato per rendere il paesaggio un riflesso dell'interiorità della protagonista e dei pericoli che si annidano nel buio?
Per me è stato facile, perché sono nata e cresciuta qui, e fin da bambina sono sempre stata affascinata dalla campagna brulla, dalle giornate e notti di nebbia fitta, e dalle estati afose ma permeate di un’atmosfera che fatico a spiegare.
Essendo sempre stata molto solitaria, inventavo tante storie legate a spiriti, fate e altri esseri che potevano abitare nei boschetti di pioppi o tra i fiumi. A ispirarmi fu anche un progetto scolastico delle elementari, che aveva come tema proprio le creature protagoniste del folklore nostrano, come l’orco e “el fabbro bacan” (una rivisitazione de “Il fabbro e il diavolo”). Ho sempre amato la dimensione sovrannaturale: quando con nonna andavamo al cimitero locale, fingevo che tra le lapidi ci fossero fantasmi e morti viventi! Oppure, a casa dei parenti, mi perdevo a guardare vecchie foto sbiadite, o attrezzi da lavoro.
La prima parte del romanzo, in cui Agnese vive ancora al villaggio, è forse un po’ autobiografica, perché è influenzata dai gesti scaramantici dei miei prozii (mettere i rami di olivo a croce sul prato quando stava per arrivare un brutto temporale, per esempio) e dall’aria un po’ sospesa e mistica che si respira in Polesine.
Il conflitto con l'autorità
Nel romanzo, Agnese si scontra con figure storiche reali, come il Vescovo Canani e gli inquisitori. Come ha gestito il bilanciamento tra la verità storica documentata e la necessità narrativa di creare un antagonismo efficace che rappresentasse l'oppressione patriarcale e religiosa dell'epoca?
In realtà non ci sono molte informazioni che permettano una ricostruzione fedele di com’erano i personaggi storici che cito, perciò ho cercato di immaginare come potessero essere caratterialmente e fisicamente sulla base dei pochi cenni biografici. Ho ipotizzato che il Vescovo, essendo spesso a Roma per ricoprire ruoli più prestigiosi, fosse abbastanza indulgente con chi praticava dei riti contadini, e più severo con i “miscredenti” (ebrei ma soprattutto protestanti).
Mentre ho immaginato che l’inquisitore fosse più severo, conscio che il Male poteva annidarsi anche in pratiche apparentemente innocue; l’ho immaginato impassibile, perché doveva essere un ruolo difficile da ricoprire, ed emotivamente sfibrante (non credo che gli inquisitori fossero tutti dei sadici, ho letto testimonianze di alcuni di loro e molti soffrivano sinceramente all’idea di dover processare delle streghe, perché secondo loro erano anime che la Chiesa e Dio avevano perduto). Tuttavia, entrambi rappresentano il sistema di repressione del libero pensiero, delle tradizioni, del folklore e della medicina alternativa che verrà operato dopo la Controriforma.
Ed è logico che Agnese, nonostante non si ribelli volontariamente e apertamente alla Chiesa, finisca per ritrovarsi nei guai. Lei è molto paurosa, le hanno insegnato a temere l’autorità, a non pestare i piedi a nessuno e a tenersi i suoi segreti. Ma i suoi doni, le sue conoscenze, il suo modo anticonvenzionale di vivere la fede, la portano a scontrarsi con un sistema che si fa sempre più rigido. Prima della Controriforma, la chiesa chiudeva un occhio su tante pratiche, che dopo lo scisma non possono essere più tollerate.
Il realismo magico nel contesto veneto
Spesso associamo il realismo magico alla letteratura sudamericana, ma lei dimostra che le nostre tradizioni popolari (i filò, le leggende del Veneto) non hanno nulla da invidiare a quel fascino. Qual è stata la sfida principale nel rendere "credibile" il sovrannaturale all'interno di una cornice storica così rigorosa?
La dimensione magica e folkloristica è nel DNA degli esseri umani dalla notte dei tempi, e il filò si è praticato nelle pianure del Veneto fino a inizio secolo scorso, e fino agli anni ’50/’60 nelle zone montuose. C’è molta scaramanzia ancora oggi: chi crede che i fantasmi possano venire a tirarti i piedi di notte, chi si fa il segno della croce se incrocia un gatto nero, chi si butta un po’ di sale dietro la spalla destra se per sbaglio lo rovescia sul tavolo.
Ho cercato quindi di immedesimarmi il più possibile nella mentalità della gente dell’epoca, che in realtà non è così lontana da quella dei nostri nonni o bisnonni. Pensare ai diavoli come entità fisiche, tangibili. Poi io sogno spesso, e quindi la “vita parallela” che vivo subito dopo essermi addormentata mi ha ispirato.
Il corpo della donna come campo di battaglia
Dalla scena iniziale del parto segreto alla gestione della propria libertà, il corpo di Agnese è costantemente sotto il giudizio o il controllo altrui. Quale messaggio ha voluto lanciare attraverso la resilienza della sua protagonista alle lettrici e ai lettori contemporanei che ancora oggi riflettono sul concetto di autodeterminazione?
Agnese è divisa fra voglia di libertà e bisogno di sicurezza.
La prima la può ottenere scegliendo una vita da “outsider”, come Sofia; la seconda, sposandosi, come si aspettano tutti. Ma fatica a fidarsi degli uomini, soprattutto dopo alcuni episodi che le fanno capire quanto possa essere pericoloso il desiderio maschile, o il fatto che essere moglie di qualcuno significa diventare una sua proprietà. E questo non le va giù, anche se il futuro marito dovesse rivelarsi amorevole e mansueto.
Lei fa una scelta e la difende a ogni costo, ed è probabilmente questa la causa dei suoi problemi, tant’è che ogni tanto pare pentirsi di aver voluto fare di testa sua e non conformarsi alle regole e ai ruoli imposti a una donna. Però non si arrende né torna sui suoi passi, anche quando la miseria la colpisce e deve sopportare fame, freddo, avversità di vario tipo.
Mi piacerebbe che i lettori capissero perché lo fa: perché è fedele a ciò che è, ai suoi principi e valori, perché sa che se scegliesse di snaturarsi, perderebbe la sua anima.
E l’anima, o la coscienza, come vogliamo chiamarla, è ciò che ci rende unici, che ci distingue e ci sostiene quando rimaniamo completamente soli e in balia del fato.
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L’intervista con Michela Mosca ci lascia immersi in un mondo fatto di nebbie, superstizioni e verità sussurrate attorno al fuoco, dove il confine tra magia e sopravvivenza si fa sottilissimo. Attraverso Agnese e il destino delle segnaresse, il romanzo ci ricorda quanto coraggio serva per restare fedeli a sé stessi in una società che teme ciò che non riesce a controllare.
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