Leggi in anteprima il prologo di "Quirina", il nuovo romanzo di Ilaria Chia
Share
In Quirina - La musa silenziosa di Ugo Foscolo, Ilaria Chia ci conduce nella Firenze dell’Ottocento, un mondo di salotti letterari e rigide convenzioni sociali, dove il confine tra ammirazione intellettuale e passione proibita è sottile come un foglio di carta.
Al centro della narrazione c’è Quirina Mocenni Magiotti, una donna rimasta a lungo nell’ombra della Storia come la "musa silenziosa" di Ugo Foscolo.
Prigioniera di un matrimonio di facciata con un uomo che non la comprende, Quirina trova nello studio e nel legame profondo con il poeta la forza per costruire un’identità indipendente. Non è solo la cronaca di un amore tormentato, ma il ritratto di una "resistenza gentile": la storia di una donna che sceglie di farsi custode dell’eredità di un genio per riscattare, insieme alla memoria di lui, la propria libertà.
Vi proponiamo di seguito il prologo del romanzo: un primo incontro tra le ombre del passato e i ricordi che non vogliono spegnersi.
In tutte le librerie dal 26 giugno.
PROLOGO
1828 – FIRENZE
È ora di andare a dormire ma non ho sonno. Sollevo il piattello della candela e con passi felpati raggiungo l’altra estremità della stanza. Alzo lo sguardo sulla parete e osservo la donna del ritratto. Sono io da giovane. Il viso grazioso, i riccioli raccolti sulla nuca, l’abito con le maniche a palloncino, il libro dell’Ortis socchiuso tra le dita. C’è anche il mio cane, la Topina, che scodinzola e si lascia accarezzare.
Ho fatto mettere il dipinto accanto a quello di Ugo. Stiamo bene così, uno vicino all’altra. Sembra quasi che ci guardiamo, che ci parliamo a distanza. Io una signora elegante che ama la lettura. Lui un uomo fiero di sé, pronto a cogliere qualsiasi sfida: i capelli spettinati, lo sguardo da sognatore, le braccia incrociate per prendere le distanze dalla bassezza del mondo. Rivedo le frappe della camicia, la giacca abbondante che nasconde il corpo smagrito, l’anello al dito con la scritta Cor vigilat. Poche parole che racchiudono la sua essenza: un animo inquieto che può trovare equilibrio solo nella ricerca continua di nuove emozioni. Ogni volta che guardo questo ritratto, immagino cosa saremmo stati se il destino non ci avesse divisi. Una coppia famosa e invidiata, proprio come Vittorio Alfieri e la contessa d’Albany. Io gli avrei dato stabilità, lui amore. Le cose invece vanno sempre nella direzione contraria, lasciandoci addosso un senso di dolorosa impotenza.
Estraggo dal cassetto un pacchetto avvolto da un nastro. Sono le lettere che conservo gelosamente. Osservare la sua scrittura mi fa un effetto strano. I caratteri si susseguono piccoli, ordinati, composti. È una calligrafia disciplinata, tutto il contrario della vita disordinata che conduceva. Accarezzo le pagine con lo sguardo, mentre la mente vaga altrove. I pensieri si rincorrono, poi si avvitano uno sull’altro, andando a battere sempre sullo stesso chiodo. Il mio tormento più grande è di non essere riuscita a salvarlo. Dovevo trattenerlo e invece l’ho lasciato andare. È stato così che l’ho perso per sempre. Mi pento soprattutto di non avergli più scritto. Se lo avessi fatto, avrei scoperto la verità prima. Avrei capito che non aveva mai smesso di amarmi, che erano state le circostanze a decidere la fine della nostra relazione.
«Ugo, Ugo, perché non sei qui?» sussurro.
Mi avvicino al dipinto strofinando i polpastrelli lungo la linea sottile delle labbra. Sotto c’è il ruvido della tela, ma a me sembra di sentire il morbido della carne. Un brivido mi attraversa il corpo finché una voce risuona alle mie spalle.
«Zia, cosa fate ancora in piedi a quest’ora?»
Mi volto di scatto e nella penombra intravedo il volto di Ernesta. Deve essere entrata in camera in punta di piedi, per questo mi sono accorta della sua presenza solo ora. Abbasso lo sguardo. Mi vergogno a farmi riprendere da mia nipote, una donna tanto più giovane di me, però devo ammettere che ha ragione. Non è folle conversare con un dipinto? Eppure, da quando lui non c’è più, mi sembra l’unico conforto possibile. È la sola maniera per sottrarmi alla trappola dei rimpianti, alla sensazione di non aver fatto abbastanza.
Ernesta mi viene accanto. «Andate a letto, è tardi,» sussurra con dolcezza.
Io rimango ferma dove sono. Non riesco a staccare gli occhi dal ritratto che ho davanti.
Lei scuote la testa. «Ma perché quell’uomo è tanto importante per voi?»
Non è la prima volta che me lo chiede. Io non rispondo mai, ma intuisco le sue ragioni. Non c’è motivo per intestardirsi su una relazione che non può portare a niente. Noi non siamo mai stati sposati e nemmeno fidanzati. Foscolo potrà essere l’uomo più affascinate del mondo, ma se n’è andato da quindici anni. E adesso è morto. Nessuna donna normale continuerebbe a struggersi per uno che non c’è più, come sto facendo io.
Mia nipote mi fa alzare, poi mi accompagna dolcemente. Io mi lascio condurre. Ormai sono così sfinita che non ho nemmeno la forza di protestare. Mi sdraio sul letto e aspetto che lei mi si sieda a fianco.
«Perché non smettete di pensarlo?» sento sussurrare di nuovo.
La fiamma della candela si spegne. Le dita di Ernesta accarezzano le mie. Chiudo gli occhi e mi lascio andare. Sento un peso dentro che ho bisogno di sciogliere. Quasi senza volerlo, le parole mi escono da sole e comincio a raccontare. La mia storia è iniziata un giorno di tanti anni fa…
>> Volete scoprire la storia di Quirina? Recuperate ora la vostra copia del nuovo romanzo di Ilaria Chia <<
