Leggi in anteprima il primo capitolo di "Un freddo inverno crudele" di Vincenzo Padovano
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Leggeresti un thriller dove fai il tifo per il sicario?
Ivan uccide per mestiere. Marco Minischetti, invece, dovrebbe stare dalla parte della legge. Il problema è che nei romanzi di Vincenzo Padovano le parti non sono mai così facili da distinguere.
Dopo “Chi muore e chi uccide”, Ivan e Minischetti tornano in “Un freddo inverno crudele”, una nuova storia che li mette ancora una volta davanti a un confine molto meno netto di quanto dovrebbe essere quello tra giustizia e vendetta, colpa e innocenza, bene e male.
Non vogliamo raccontarvi troppo. Preferiamo lasciarvi direttamente alle prime pagine.
Qui sotto potete leggere il primo capitolo di “Un freddo inverno crudele”.
Buona lettura!
1
Lea
La ragazza aveva tre occhi. Due grandi e azzurri, e uno piccolo e rosso in mezzo alla fronte. Quello centrale le era appena comparso. Era il foro di un proiettile.
Smise di piangere all’improvviso, restò in piedi per meno di un secondo, poi cadde a terra portandosi dietro lo zaino scolastico che teneva sulle spalle. Morta oltre ogni ragionevole dubbio per non aver avuto il tempo di smettere di piagnucolare come le era stato ordinato.
L’uomo che le aveva sparato impugnava una pistola arrugginita. Pallido. Emaciato. Sudato. Agitato. Sembrava uno straccione. Jeans slavati e giaccone bisunto.
Gridò: «Visto che cazzo mi avete costretto a fare!» E un attimo dopo, mise sotto tiro il tabaccaio. «Tu, figlio di puttana, svuota la cassa. E non farmelo ripetere due volte.»
Lea, terrorizzata a morte, si portò una mano sulla bocca per impedirsi di strillare. Presto sarebbe toccato a lei. Cloe, sua figlia, stava per diventare orfana di madre in prima elementare: Lea non riusciva a pensare ad altro. Non ricordava nemmeno per quale motivo si trovasse in quella tabaccheria. Doveva acquistare qualcosa, ma non ricordava più cosa.
Quando Lea era entrata, la ragazza che ora giaceva sul pavimento a neanche mezzo metro di distanza dai suoi piedi era già stata servita e si stava dirigendo verso l’uscita. Forse aveva comprato un pacchetto di sigarette prima di andare a scuola o in facoltà. Chissà. Il tizio armato aveva fatto irruzione un istante più tardi. La violenza era esplosa in un battito di ciglia.
«Ma che cazzo fai?» latrò il rapinatore, facendo un passo in avanti. «Ho detto di sbrigarti. Sei sordo, per caso?»
Lea abitava dall’altra parte della strada e conosceva bene l’uomo dietro il bancone. Trent’anni al massimo, fisico palestrato, capelli neri e dal taglio militare, si chiamava Nicola, ma si faceva chiamare Nico. Nonostante fuori la temperatura si avvicinasse allo zero, indossava una T-shirt nera. Teneva le braccia conserte e scuoteva il capo. Era calmo, come se non fosse successo niente e come se avesse una certa familiarità con le armi puntate in faccia.
«Per come la vedo io, non sei un professionista,» disse Nico, rivolto al criminale. «Sei solo, per di più a volto scoperto, e stai rapinando una tabaccheria di periferia che si trova in una città in culo al mondo.»
«Ma che…?» disse l’individuo con la pistola. Non aggiunse altro. Lea notò che era sorpreso quanto lei dalla reazione del titolare.
«I professionisti fanno squadra, indossano i passamontagna e assaltano i portavalori sulla statale,» proseguì Nico. «Scommetto che sei solo un tossico di merda. L’aspetto da tossico ce l’hai. E sono anche certo che tu non abbia la benché minima idea di chi sia il proprietario di questo posto. Mi sbaglio?»
A quel punto, Lea scoprì di non averne la minima idea neanche lei e vide il rapinatore sbiancare ulteriormente.
«Ti rendi conto di ciò che hai fatto?» continuò Nico. «Uccidere una ragazzina qui dentro… Come ti è venuto in mente? Il proprietario non ama le attenzioni della polizia, capisci?»
«Io…» Il rapinatore, che fino ad allora aveva dato l’impressione di essere un pazzo sciroccato, pareva aver perso tutta la sua aggressività e sicurezza. Andava ridimensionandosi. Si stava come rimpicciolendo. Cominciò addirittura ad arretrare.
«Sei già morto,» disse Nico, inclinando la testa di lato. «Qui dentro ci sono due telecamere che ti stanno inquadrando. Potresti sparare a me e a questa signora, e far sparire l’hard disk, ma per tua sfortuna, le registrazioni vengono salvate sul cloud. Sei spacciato. Entro ventiquattro, trentasei ore al massimo, ti troveranno e ti ammazzeranno come un cane. Se ora ti dessi i soldi, non farei altro che peggiorare la tua situazione. Se lo facessi, non si limiterebbero a farti un buco nel cranio. Ti farebbero molto male. Ti torturerebbero a lungo. Anche per giorni, con coltelli, tenaglie, martelli e cavi elettrici collegati alle tue palle. Userebbero varie sostanze, miscugli per tenerti in vita il più a lungo possibile e per farti riprendere i sensi ogni volta che perderesti conoscenza. E droghe in grado di aumentare il dolore a dismisura. Senza considerare che potrebbero anche decidere di prendersela con qualcuno a cui tieni. Hai una ragazza? Una madre? Una sorella? Di solito, si sbizzarriscono con le donne. Pensa a cosa potrebbero fare a una donna che ti sta a cuore e decidi come comportarti.»
Mentre Lea si stava chiedendo se Nico parlasse sul serio o meno, il rapinatore, camminando all’indietro, era quasi arrivato sulla porta.
«Ti do un consiglio,» disse Nico. «Esci di qui e comincia a correre.»
Con grande stupore di Lea, l’uomo con la pistola non esitò, abbassò l’arma, si voltò e, imprecando a denti stretti, andò via.
Velocemente come tutto era iniziato, così era finito.
L’enormità di ciò che era accaduto prese il posto della paura di perdere la vita e si abbatté su di lei con una forza straordinaria. Fu in quel momento che Lea cominciò a tremare. L’aveva scampata, ma quella poverina… Non aveva il coraggio di guardare il corpo privo di vita della ragazza e per questo si diede della vigliacca. Avvertì le prime lacrime solcare le sue guance, e fu scossa da un paio di conati.
«Dobbiamo… contattare… qualcuno,» riuscì a dire quando sentì di aver vinto la battaglia per non vomitare.
Nel frattempo, Nico si era portato dall’altro lato del bancone. Lea avrebbe voluto abbracciarlo, aveva estremo bisogno di calore umano, di qualcuno che la consolasse, ma non osò. Nonostante tutto quello che avevano passato, rimanevano un commerciante e una cliente. Ma poi, in maniera del tutto inaspettata, lui le appoggiò le mani sulle spalle.
«Lei è una professoressa, vero?» le chiese.
Lea annuì. «Sì, abito…»
«Nel condominio qui davanti,» finì Nico al posto suo.
«Esatto.»
«Rinaldi? Si chiama Lea Rinaldi?»
Lea assentì di nuovo. «Sì.»
«Divorziata. Una bambina.»
Quelle non erano domande e Lea corrugò la fronte. «Come fa…?»
«Siete tutti schedati, professoressa.» Adesso il tono di Nico era tornato a essere duro e intimidatorio come quello che aveva usato nei confronti del rapinatore.
«Schedati?»
Nico la teneva ancora per le spalle e la scrollò con decisione.
«Mi ascolti bene. Prima di chiamare i soccorsi, devo sbrigare delle cose. Poi le spiegherò ciò che dovrà riferire alla polizia.»
Lea guardò l’uomo e vide nei suoi occhi una cattiveria di cui non si era mai accorta. In quel momento, prese atto di non sapere nulla di veramente importante su di lui.
«D’ora in avanti, eseguirà i miei ordini alla lettera,» disse Nico. «Sono stato chiaro?»
«S-Sì.»
«Farà e dirà quello che io le dirò di fare e di dire. Intesi?»
«Sì.»
«E se qualcosa le sembrerà… ingiusto, si ricordi che so dove abita e che ha una figlia piccola.»
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Dal 25 settembre in libreria.