Sotto la lente: scopri l’anima dietro la storia | Eugenio Pochini
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Eugenio Pochini, autore di Wendigo, ci ha trascinato tra i ghiacci del Canada, in un survival horror ad alta tensione che scava nelle paure più ancestrali dell’uomo. Attraverso la storia di Scott Gardener (un uomo che cerca di ricucire i pezzi della propria vita e della propria famiglia in una remota riserva naturale) Pochini ha saputo tessere una narrazione dove il folklore indigeno e il dramma psicologico si fondono in una morsa spietata.
In questo episodio della nostra rubrica Sotto la lente, cercheremo di capire come sia nata l'ispirazione per questa figura leggendaria emaciata e imponente che emerge dalle acque gelide ed esploreremo il suo metodo di scrittura (insomma, scopriremo l'anima dietro la storia).
L’orrore come metafora del trauma familiare
Il romanzo si apre con la crisi matrimoniale tra Scott e Claire e le difficoltà comunicative con il figlio Howie. In che modo la figura mitologica del Wendigo, con la sua fame insaziabile, riflette i “mostri” interiori e le voragini affettive che i protagonisti cercano di colmare trasferendosi allo Shadyvale Park?
Pochini: Il Wendigo è una creatura che nasce dalla fame, ma non solo da quella fisica. È una fame che divora tutto ciò che trova, senza placarsi, e in questo senso mi è sembrata una metafora naturale dei vuoti emotivi che attraversano sia Scott che Claire. La loro crisi matrimoniale e l’incapacità di comunicare con Howie sono il risultato di un accumulo silenzioso, fatto di frustrazioni non dette, sensi di colpa e aspettative tradite. Sono crepe che, con il tempo, diventano voragini.
Il trasferimento allo Shadyvale Park rappresenta il tentativo di riempire quei vuoti con un cambiamento radicale, quasi fosse una possibilità di redenzione. Ma il Wendigo incarna proprio l’illusione che basti “ricominciare da capo” per smettere di avere fame. La sua presenza nel romanzo non è solo quella di un predatore esterno, bensì di qualcosa che risuona con i personaggi: un’entità che cresce dove il dolore non viene affrontato.
L’infanzia e il soprannaturale
Howie non è solo una vittima, ma un ponte tra due mondi grazie alle sue doti sciamaniche e alla sua percezione amplificata, legata anche al suo autismo. Quale sfida ha rappresentato per lei raccontare l'orrore attraverso gli occhi di un bambino che vive una realtà già intrinsecamente "diversa" da quella degli adulti?
Pochini: Raccontare l’orrore attraverso lo sguardo di Howie è stata una sfida delicata. Proprio perché la sua percezione del mondo è già diversa da quella degli adulti, non volevo che il soprannaturale diventasse un “superpotere” legato all’autismo. Howie non vede di più perché è speciale, ma perché è meno protetto dalle sovrastrutture con cui gli adulti filtrano la realtà.
La sua dote sciamanica nasce da questa esposizione continua: non opera la stessa distinzione tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è, tra il visibile e l’invisibile. Dove gli adulti razionalizzano, Howie sente e basta. Questo rende il suo punto di vista più vulnerabile, ma anche più autentico.
Folklore e Rispetto Culturale
La figura dello sciamano Joe Cochrane e il prologo ambientato nel passato della tribù Sioux danno una forte impronta di autenticità al mito. Come ha condotto la ricerca sulle leggende dei nativi americani per integrare il tema del cannibalismo e dello spirito del Wendigo senza cadere nei cliché del genere?
Pochini: Il punto di partenza è stato proprio il timore di cadere nel cliché. Il Wendigo è una figura che, nel corso del tempo, è stata spesso semplificata o deformata dalla narrativa occidentale, ridotta a creatura puramente horror. La mia ricerca si è concentrata invece sulle fonti antropologiche e sulle diverse varianti del mito, cercando di comprenderne il valore simbolico prima ancora che narrativo. Il cannibalismo, in questo contesto, non è mai stato per me un elemento spettacolare, ma un tabù che rompe l’equilibrio tra l’uomo, la comunità e la natura.
È da lì che nasce l’orrore, non dall’atto in sé. Per questo ho scelto di trattare la cultura Sioux con cautela e misura, evitando di usarla come semplice sfondo. Il prologo non vuole spiegare la leggenda, ma restituire un senso di continuità e responsabilità: l’idea che certi mali non appartengano solo al presente, ma siano anche il risultato di fratture antiche. Joe Cochrane, come sciamano moderno, incarna proprio questo equilibrio tra la tradizione e il mondo contemporaneo. Il mio obiettivo non era appropriarmi di una cultura, ma dialogare con essa.
L’ambientazione come antagonista
Il freddo, la neve del Canada e l'isolamento della riserva naturale non sono solo uno sfondo, ma elementi che stringono i protagonisti in una morsa fisica e psicologica. Quanto ha influito il richiamo ai classici del genere nella costruzione di questa natura così ostile e "affamata"?
Pochini: i classici del genere hanno avuto un peso importante, soprattutto nel modo di concepire la natura non come semplice scenario, ma come forza attiva e indifferente alla presenza umana. Autori e opere che hanno raccontato il freddo, l’isolamento e gli spazi incontaminati mi hanno insegnato che l’orrore funziona meglio quando non ha bisogno di spiegarsi ma quando è già scritto nel paesaggio.
Detto questo, non volevo che l’ambientazione fosse soltanto un omaggio. Lo Shadyvale Park è ostile perché non è fatto per accogliere: il freddo, la neve e le distanze amplificano ciò che i personaggi portano dentro. L’isolamento fisico diventa anche emotivo e la natura sembra “affamata” proprio perché non risponde ai bisogni umani. In questo senso, l’ambiente agisce come un antagonista: mette costantemente alla prova. È una presenza che costringe i personaggi a confrontarsi con i propri limiti, con la paura e con ciò che cercano di controllare.
Il dualismo tra modernità e mito
Nel romanzo emerge il contrasto tra la gestione burocratica (e talvolta corrotta) del parco incarnata da Maurice Hang e la saggezza ancestrale di Cochrane. Ritiene che il ritorno del Wendigo sia anche una sorta di “vendetta” della natura e della storia contro il progresso che cerca di cancellare le tradizioni antiche?
Pochini: Non parlerei di vendetta in senso stretto, quanto piuttosto di una conseguenza. Il contrasto tra Maurice Hang e Joe Cochrane non è soltanto tra corruzione e saggezza, ma tra due modi opposti di concepire il rapporto con il territorio. Da una parte c’è una gestione che riduce la natura a risorsa, a spazio da invadere e sfruttare; dall’altra, c’è una visione che riconosce limiti ed equilibri. Il ritorno del Wendigo nasce proprio da queste premesse: non è la natura che si vendica, ma un ordine antico che riaffiora quando il progresso procede senza memoria. In questo senso, la leggenda non si oppone alla modernità in quanto tale, ma alla sua pretesa di cancellare ciò che non comprende.
Cochrane non rappresenta un passato idealizzato, così come Hang non è semplicemente un antagonista corrotto: entrambi incarnano degli estremi. Il vero conflitto del romanzo sta nello spazio che si crea tra questi poli, dove il mito e il presente si scontrano perché nessuno dei due può essere rimosso. Il Wendigo esiste proprio lì, in quella frattura.
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Si conclude qui il nostro viaggio dietro le quinte di "Wendigo". Quello che Eugenio Pochini ci ha trasmesso è molto più di una storia di paura: è un invito a guardare con onestà alle nostre voragini interiori, prima che il "freddo" le trasformi in qualcosa di inarrestabile.
Ringraziamo l'autore averci aperto le porte della sua mente, rivelandoci come il mito possa ancora parlarci con forza brutale della nostra modernità.
Se Scott Gardener ha cercato la sua redenzione tra i ghiacci del Canada, a noi non resta che chiederci: cosa faremmo se la nostra fame più profonda prendesse improvvisamente forma davanti ai nostri occhi? 🌲
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