Sotto la lente: scopri l’anima dietro la storia | Alessandro Fantini

Alessandro Fantini, autore di Mostro di Firenze - l’errore di Rabatta, ci conduce in un’analisi rigorosa e lucida di uno dei capitoli più oscuri della cronaca nera italiana, in un viaggio investigativo che scava oltre le verità processuali consolidate.

Attraverso un approccio metodologico che richiama il celebre sine ira et studio di tacitiana memoria, Fantini mette in discussione le letture tradizionali, interrogandosi sulla reale genesi della serie omicidiaria e sulla complessità del modus operandi del killer.

In questo appuntamento della nostra rubrica Sotto la lente, esploreremo l’ipotesi del delitto di Rabatta come vero punto di partenza della scia di sangue, il peso delle contaminazioni probatorie e la sfida di confrontarsi con un caso che, a distanza di decenni, continua a sfidare ogni certezza definitiva.

 

Il delitto del 1974 come vero "Esordio" del Mostro


Nel suo testo lei solleva un'ipotesi investigativa e criminologica di grande rilievo: escludere il duplice omicidio del 1968 a Signa per considerare il delitto di Rabatta del 1974 come il reale inizio della serie omicidiaria del Mostro di Firenze. In che modo lo studio criminologico del "primo omicidio" e la complessa storia della Beretta calibro .22 ereditata dal 1968 cambiano la nostra comprensione del profilo psicologico e delle motivazioni del killer? 


L’ipotesi che il delitto di Rabatta del 1974 rappresenti il vero esordio del Mostro di Firenze non è nuova, ma resta rilevante per le sue implicazioni investigative e criminologiche. Il delitto del 1968 presenta infatti alcune anomalie rispetto alla serie successiva: mancano principalmente l’uso dell’arma bianca, le aggressioni post-mortem e le mutilazioni, caratteristiche che diventeranno tipiche del modus operandi dell’omicida.

Tali anomalie, tuttavia, potrebbero essere almeno in parte spiegate dalla presenza del piccolo Natalino Mele sull’auto, elemento che può avere condizionato profondamente la dinamica dell’azione. Resta comunque, per chi esclude il 1968 dalla serie, il difficile problema del passaggio di mano sia della Beretta calibro .22 sia delle munizioni utilizzate nei delitti successivi. 

Considerare Rabatta come possibile primo episodio della serie permette invece di analizzare una scena in cui emergono già molti elementi distintivi del profilo dell’autore: l’uso combinato di pistola e coltello, la violenza estrema sulla vittima femminile, possibili tentativi di depistaggio e una condotta già complessa e strutturata. In questa prospettiva, il delitto del 1974 potrebbe rappresentare il momento in cui il comportamento del Mostro diventa pienamente riconoscibile, offrendo indizi preziosi sulle sue motivazioni e sulla sua evoluzione criminale.


La borsetta scomparsa e il depistaggio "comunicativo"

Il cuore della sua analisi si focalizza su un dettaglio apparentemente minore e spesso ridotto a un semplice "furto di trofeo": la sottrazione e il successivo ritrovamento della borsetta di Stefania Pettini, avvenuto grazie a una telefonata anonima ai Carabinieri. Perché ritiene che le letture tradizionali di questo episodio siano parziali e in che modo questa dinamica suggerisce che il killer stesse già tentando di orientare le indagini e manipolare le forze dell'ordine fin dalle primissime ore? 


Ritengo che la lettura della borsetta come semplice “trofeo” o souvenir rischi di essere riduttiva. L’elemento davvero significativo non è soltanto la sua sottrazione dalla scena del crimine, ma il modo in cui venne ritrovata: grazie a una telefonata anonima che indirizzò i Carabinieri verso un punto preciso, difficilmente individuabile per caso.

Proprio questo dettaglio ha portato Valerio Scrivo, tra i primi, a interrogarsi sulla possibilità che la borsetta non fosse soltanto un oggetto portato via dall’omicida, ma uno strumento utilizzato per influenzare la percezione degli investigatori: un’ipotesi che considero condivisibile e che nel libro provo a sviluppare in chiave tecnico-criminalistica. Se fosse stato lo stesso autore del delitto a segnalare il luogo del ritrovamento, ci troveremmo di fronte a un tentativo di orientare le indagini fin dalle prime ore, suggerendo una determinata dinamica di fuga e cercando di allontanare l’attenzione da altre piste. 

È un’ipotesi che non pretende di essere una certezza, ma che, a mio avviso, trova fondamento nella convergenza di diversi elementi: la collocazione della borsetta, la difficoltà di un ritrovamento casuale, l’anomalia di una segnalazione telefonica invece che diretta e il fatto che il chiamante sia rimasto sempre anonimo. In questa prospettiva, il gesto rivela un autore non puramente impulsivo, ma capace di considerare anche le conseguenze investigative delle proprie azioni.

 

La gestione della scena del crimine e l'effetto Cooling Off


Nel libro lei evidenzia le profonde criticità operative dell'epoca, come la mancata e tempestiva delimitazione della piazzola delle Fontanine che permise a curiosi, parenti e forse allo stesso omicida di calpestare le prove. Quanto ha pesato questa contaminazione iniziale sui successivi sette anni di silenzio (il cosiddetto periodo di cooling off dal 1974 al 1981) e quanto potrebbe aver alimentato il senso di impunità o di gratificazione del killer? 


Non credo sia possibile stabilire un legame diretto tra la scena del crimine e il lungo intervallo tra il 1974 e il 1981. Tuttavia, la gestione della piazzola di Rabatta evidenzia alcune criticità investigative che potrebbero aver avuto conseguenze importanti. La scena non fu adeguatamente preservata e la presenza di numerose persone rese possibile la dispersione o la contaminazione di elementi potenzialmente decisivi. Basti pensare ai bossoli, individuati solo in un secondo momento, dopo che inizialmente si era ipotizzato un duplice omicidio commesso esclusivamente con arma bianca; peraltro, quelli repertati risultarono in numero inferiore rispetto ai colpi esplosi, ulteriore elemento che mostra la fragilità della lettura iniziale della scena.

Sul piano interpretativo, è possibile che l’autore del delitto abbia percepito queste difficoltà investigative come un vantaggio. Se si trovava nei pressi della scena o ne seguiva gli sviluppi, potrebbe aver constatato la confusione delle prime fasi dell’indagine e averne ricavato un senso di controllo o di impunità. Naturalmente si tratta di un’ipotesi che non può essere dimostrata, ma che si inserisce nella riflessione più ampia sul profilo psicologico dell’omicida. Più che spiegare il successivo cooling-off, la cattiva gestione della scena potrebbe aver rappresentato un’occasione investigativa mancata, contribuendo a lasciare fuori dal radar un autore che, forse, aveva già mostrato alcuni elementi chiave del proprio comportamento.


Il legame viscerale e geometrico con il Mugello

Dopo molti anni passati a colpire nella provincia a sud di Firenze, il Mostro torna nel Mugello nel 1984 con il delitto di Vicchio, mostrando un'intensità di violenza e anomalie procedurali (come la telefonata del finto "Farini") che richiamano strettamente i fatti di Rabatta del 1974. Che tipo di radicamento territoriale e di familiarità logistica emerge da questa "geografia del male" interna al Mugello? Si tratta di un ritorno a una "zona di comfort" o di una sfida mirata? 


Non possiamo sapere con certezza se il ritorno del Mostro nel Mugello nel 1984 sia stato una scelta deliberata o il risultato di circostanze contingenti. Quello che emerge, però, è una notevole continuità territoriale tra i delitti di Rabatta del 1974 e Vicchio del 1984. Entrambi si collocano in un’area molto circoscritta del Mugello e sono accompagnati da elementi anomali, come le comunicazioni successive ai delitti: la telefonata anonima per il ritrovamento della borsetta nel 1974 e quella del cosiddetto “Farini” nel 1984.

Questi e altri elementi suggeriscono una familiarità non occasionale con il territorio, fatta di conoscenza delle strade, dei luoghi isolati e delle dinamiche locali. Più che una vera e propria “zona di comfort”, il Mugello sembra essere un’area particolarmente sensibile per l’autore: un luogo che conosceva bene, ma proprio per questo potenzialmente più rischioso. Ritengo quindi plausibile che abbia evitato per anni di colpire nella zona, tornando soltanto quando esigenze operative, opportunità specifiche o una necessità avvertita come tale dall’autore lo spinsero di nuovo verso quel territorio.

In questa prospettiva, il delitto di Vicchio può essere letto non tanto come una sfida, quanto come il ritorno in un contesto familiare dove l’autore riuscì nuovamente a mettere in atto, con una brutalità ancora maggiore, il proprio schema criminale.


Il metodo «Sine ira et studio» contro la fragilità giudiziaria

Il saggio si apre con la citazione di Tacito «Sine ira et studio» (senza risentimento e senza parzialità), evidenziando la scelta di affidarsi rigorosamente a fonti documentali, verbali d'epoca e testimonianze processuali anziché a suggestioni narrative. 
Alla luce di questo approccio così geometrico, qual è il suo giudizio sulla "tenuta complessiva" delle verità giudiziarie che abbiamo ereditato (dai Compagni di Merende ai presunti secondi livelli) e perché, a distanza di decenni, tre duplici omicidi rimangono ancora ufficialmente irrisolti? 


Il metodo che ho seguito parte da un presupposto semplice: distinguere ciò che è stato accertato da ciò che è stato ipotizzato e raccontato. Per questo ritengo che le verità giudiziarie emerse sul caso del Mostro di Firenze non siano da ignorare, ma nemmeno del tutto soddisfacenti nel loro tentativo di spiegare l’intera serie di delitti. Le condanne relative ai cosiddetti “Compagni di Merende” hanno riguardato una parte della vicenda, ma continuano a lasciare aperti interrogativi sulla ricostruzione complessiva.

Sono invece molto cauto nei confronti delle teorie sui presunti mandanti o sui cosiddetti “secondi livelli”, che non hanno trovato conferme processuali definitive. Più aumenta il numero dei soggetti coinvolti, maggiore diventa la necessità di prove solide, che a oggi non sembrano esserci. Personalmente considero più lineare l’ipotesi di un autore unico, o comunque di una figura principale dominante, soprattutto alla luce della continuità dell’arma, del munizionamento e delle modalità operative.

Il fatto che tre duplici omicidi risultino ancora ufficialmente irrisolti mostra che la verità processuale non copre l’intera storia. È proprio questa distanza tra ciò che è stato provato, ciò che è stato ipotizzato e ciò che resta senza risposta a rendere il caso ancora oggi aperto sul piano storico e criminologico. Il metodo “sine ira et studio” risponde a questa esigenza: evitare conclusioni preconfezionate e tornare ai documenti per comprendere cosa, dopo decenni di indagini e processi, sia ancora rimasto fuori campo.


Nota finale dell'autore:
Tutte le considerazioni espresse in questa intervista hanno carattere storico, critico e documentale. Non intendono attribuire responsabilità personali ulteriori rispetto a quanto accertato o discusso nelle sedi giudiziarie competenti, né sostituirsi agli accertamenti compiuti nelle sedi proprie.

 

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L'intervista con Alessandro Fantini ci restituisce un'immagine inedita di un caso che sembrava ormai cristallizzato, rivelando un Mostro di Firenze capace di orchestrare le proprie mosse non per puro impulso, ma attraverso una lucida strategia di manipolazione delle indagini e di controllo del territorio. 

 

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