Leggi in anteprima il primo capitolo di "The Good Girl", il nuovo romanzo di Michelle Dunne
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In The Good Girl, Michelle Dunne ci conduce nell'Irlanda contemporanea, tra i vicoli di un quartiere degradato dove la normalità è solo una facciata e ogni ombra nasconde un segreto inconfessabile. In un mondo segnato da cicatrici invisibili, il confine tra vittima e carnefice si fa sottile come il vapore di una tazza di caffè servita al mattino.
Vi proponiamo di seguito il primo capitolo del romanzo: un incontro ravvicinato con l'oscurità che si nasconde dietro i gesti più quotidiani.
In tutte le librerie dal 5 giugno.
CAPITOLO 1
Sulla soglia di casa, con il cardigan marrone stretto al petto, era difficile credere che Grace Murphy tenesse un uomo segregato nella stanza degli ospiti, circondato dal sudiciume, e che lo stesse lasciando morire lentamente. Le fascette che gli mordevano polsi e caviglie avevano squarciato la pelle e alcune ferite erano infette. Grace, però, non se ne preoccupava. Non si preoccupava nemmeno di lui. Quell’uomo era esattamente dove doveva essere. E lei era soltanto una donna, che osservava una grossa lumaca che si muoveva dentro una vecchia ciotola per cani accanto al bidone della spazzatura con le ruote. Era lì da prima che lei si trasferisse. Forse, a guardarla bene, da molto più tempo. Probabilmente gli inquilini precedenti, o quelli prima di loro, avevano avuto un cane. O magari era solo una delle tante cianfrusaglie che avevano accumulato. In ogni caso, adesso era sua e ne faceva buon uso.
Durante la notte, la lumaca non era stata sola nella ciotola. Lo capiva dalle scie argentate che si snodavano in diverse direzioni, in un disegno all’apparenza casuale, punteggiato di escrementi di altre creature che poi se n’erano andate.
Grace salutò con un cenno cortese un vicino che stava attraversando l’area verde incolta attorno alla quale sorgeva il complesso residenziale, altrettanto trascurato. Si chinò a raccogliere la ciotola e la portò al viso per osservare più da vicino la lumaca. Non era mai stata schizzinosa per cose del genere. Anzi, le lumache le piacevano. Certo, erano viscide e disgustose, ma non fingevano di non esserlo, e questo era ammirevole.
«Sai una cosa, amica mia? Puoi restare,» disse con un sorriso, mentre la portava all’interno. Posò la ciotola e il suo contenuto con attenzione su uno strofinaccio pulito, sul bancone della cucina. Poi coprì la lumaca e qualunque altra cosa ci fosse lì dentro con delle crocchette per cani. Non quelle buone, ovviamente. Quelle a marchio Aldi. Tre chili a tre euro. Era un affare, soprattutto perché Grace non possedeva un cane. Se ne avesse avuto uno, gli avrebbe dato solo il meglio. I cani, si sapeva, erano speciali.
Prese un misurino dalla credenza e ci svuotò dentro quattro bustine di polvere. Aggiunse la quantità d’acqua necessaria, mescolò e versò il tutto sul cibo. Poi sbriciolò una piccola pillola bianca e la sparse come zucchero a velo. Non sapeva se lui non se ne accorgesse più, ma di certo aveva smesso di protestare. Doveva essersi reso conto che continuare a lamentarsi era un inutile spreco di energie preziose. Si lavò le mani e portò il pasto al piano di sopra, nella più piccola delle tre fredde camere da letto. Lo posò delicatamente sul pavimento e aprì il lucchetto. Fece scorrere entrambi i catenacci ed entrò. Ignorò i flebili lamenti dell’uomo. Negli ultimi giorni si erano affievoliti, come se si fosse rassegnato alla situazione. Non la infastidiva più nemmeno il fetore che emanava. Se l’era fatta addosso così tante volte che i suoi boxer, un tempo bianchi, erano diventati parte di lui. Era uno degli effetti collaterali dei farmaci che gli somministrava e non ne era minimamente dispiaciuta. Le dava un piacere immenso immaginare le condizioni della pelle dei suoi glutei. L’idea di ferite aperte e sanguinanti. E quel pensiero rendeva l’odore quasi piacevole.
Un telo di plastica spessa copriva tutto il pavimento, così che non si rovinasse la moquette. La stanza era volutamente immersa nel buio. Grace aveva dipinto di nero i vetri delle finestre. Non che qualcuno potesse vedere dentro da quella in particolare, che dava sugli alberi sul retro della casa. Ma non si poteva mai sapere chi potesse nascondersi nella boscaglia. Non c’era niente di insolito nella proprietà di Grace. Ma lei lo aveva fatto affinché il mondo dell’uomo fosse freddo e oscuro come com’era giusto che fosse.
Posò la ciotola sul tavolo pieghevole che gli stava di fronte. La sua ciotola. I suoi occhi non le parlavano più. Una volta avevano cercato di trasmetterle che era una brava persona. Poi avevano lasciato trapelare quanto la odiasse. Per un po’ l’avevano anche supplicata, ma ora erano spenti. E gli si addicevano di più così.
Si mosse alle sue spalle e gli tolse il bavaglio dalla bocca.
«Hai tre minuti.» Gli ordinò con voce ferma e priva di emozione.
Lui abbassò la testa sulla ciotola e masticò rumorosamente, Grace contò centottanta secondi. Un’immeritata eternità per lei, ma per l’uomo dovevano sembrare senza dubbio pochissimi, mentre si ingozzava con il solo cibo che avrebbe visto per diversi giorni. Gli osservò i polsi legati allo schienale di legno. Il sangue era incrostato intorno alle fascette nere e c’erano anche delle piccole vesciche di pus. Le caviglie non se la passavano meglio e i piedi gonfi erano immersi nella pozza fetida che lo circondava.
«È tutta colpa tua, lo sai.»
Lui smise di masticare e scosse la testa lentamente. Poi le sue spalle iniziarono a tremare. Di nuovo. Poteva piangere quanto voleva, le sue lacrime non le avrebbero strappato un briciolo di compassione.
«Due minuti e mezzo.»
Lui riprese a masticare. In un’altra situazione, quella combinazione di rantoli e grugniti sarebbe stata divertente. Presto avrebbe iniziato ad avere conati di vomito. Lo faceva sempre. Era prevedibile. Una volta che il tempo a sua disposizione finì, gli tolse la ciotola. Aveva mangiato solo una piccola quantità di cibo, ma i pezzetti coperti di polvere erano spariti. Sul fondo, era rimasta una pozza di liquido. Gli mise una mano sulla fronte, gli spinse indietro la testa e gli portò il bordo della ciotola alle labbra. Gli chiuse il naso e gli versò il resto in gola fino all’ultima goccia, facendolo strozzare, con il cibo per cani inzuppato che gli si rovesciava su tutta la faccia. Poi prese di nuovo il bavaglio realizzato con un paio di vecchi e spessi collant viola, che non si era data la pena di lavare.
«Ti… prego!»
Dopo aver soffocato le sue deboli proteste, lasciò la stanza portando con sé la ciotola senza aggiungere altro.
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