Wendigo: Il richiamo del mito e l'abisso dell'anima | Leggi il Prologo del romanzo
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In Wendigo, l'autore si avventura nei boschi soffocanti del Canada. Qui, il folklore dei nativi americani smette di essere leggenda per trasformarsi in un predatore reale, affamato e implacabile. Al centro della storia non c'è solo un mostro, ma una famiglia in crisi che cerca di restare unita mentre tutto, intorno e dentro di loro, sembra volerli divorare.
Leggere questo romanzo significa accettare una sfida: quella di restare lucidi quando il confine tra realtà e incubo si dissolve. Con "Wendigo", l'orrore si fa intimo, claustrofobico e profondamente umano.
Vi proponiamo di seguito il prologo del romanzo: un assaggio del gelo che vi aspetta in libreria dal 20 marzo.
PROLOGO
IL CERCHIO SI APRE
Joe si avvicinò con cautela al wigwam ricoperto di corteccia e pelli, trattenendo il respiro per non disturbare le persone al suo interno. Sopra di lui, in una notte senza luna, le stelle risplendevano fredde, come palpitanti scaglie di ghiaccio.
Entrò.
Il freddo premeva contro le pareti della capanna, ma il fuoco, che era stato approntato al centro e intorno al quale sedevano i componenti anziani del consiglio, riusciva a tenerlo a bada. Lasciò che il tepore lenisse i suoi timori, mentre sondava con sguardo attento le facce indurite dei presenti. Confabulavano tra loro a bassa voce, quasi stessero tramando oscuri propositi.
All’inizio, nessuno aveva voluto prestare attenzione all’incubo che si era abbattuto sulla tribù, quando alcuni membri erano stati rinvenuti uccisi e divorati dallo spirito cannibale che li stava tormentando. Joe si era domandato il motivo di tanta reticenza. La risposta era giunta dallo sciamano.
«Questa è una prova per rinsaldare la nostra fede,» aveva sostenuto questi. «Più ci ostiniamo a non prendere posizioni, più la situazione peggiorerà.»
«Secondo te abbiamo offeso i totem, nonno?» aveva domandato Joe.
Il vecchio gli aveva sorriso, benevolo. «In tal caso, dobbiamo trovare il modo di porgere le nostre scuse.»
Dopo alcune settimane trascorse a discutere, il consiglio aveva deciso di riunirsi per ascoltare la proposta dello sciamano. Dopotutto, alla luce dei fatti, nessuno di loro poteva più arrogarsi il diritto di negare l’evidenza: il male si era palesato tra i Sioux.
«Parla, Ahote,» disse uno degli astanti, invitando il nonno di Joe a procedere. «Cosa ti ha rivelato il Grande Spirito?»
Lo sciamano emise un lungo sospiro, esitando nella propria risposta.
Joe attese, impaziente. Le lingue cremisi del falò parvero allungarsi e tremolare, come se anche loro fossero bramose di udire le parole di Ahote. Gli anziani, tuttavia, attesero rispettosamente. Poi, lo sciamano prese da sotto gli indumenti un rotolo di legno, levigato dal tempo e dal contatto delle mani. Le venature scure correvano lungo la superficie come linee d’acqua congelata. Lo distese con lentezza, rivelandone l’interno, e lo passò all’uomo alla sua sinistra. Questi lo osservò, gli occhi sgranati, quindi lo porse a colui che gli sedeva accanto e così via.
Alla luce emanata dal fuoco, Joe era riuscito a riconoscere l’orrenda figura scolpita nella polpa lignea, ormai secca: la rappresentazione di un incubo innominabile che talvolta valicava i confini del mondo degli spiriti e raggiungeva quello dei mortali, braccando gli uomini o qualsiasi altra creatura gli capitasse a tiro.
«Scappare non servirà,» dichiarò Ahote, alla fine. «Queste sono le nostre terre e noi abbiamo il diritto e il dovere di proteggerle. Lasciare vivo questo mostro arrecherebbe disonore alla nostra gente.»
«Molti uomini sono morti,» azzardò uno dei presenti.
«E molti altri ancora moriranno, se non interveniamo.» Ahote mantenne un contegno impassibile. «Questo mi ha rivelato Wakan Tanka. Dobbiamo riportare l’equilibrio nella natura.»
«Come intendi agire?»
A parlare era stato un Sioux dall’aspetto burbero, il viso segnato da rughe profonde. Joe fissò suo nonno con apprensione: il vecchio gli aveva già esposto il piano che intendeva attuare. Un piano che lui non condivideva, poiché troppo audace per un individuo di quell’età. Si era addirittura proposto di portarlo a termine in sua vece, ma Ahote aveva declinato l’offerta senza permettergli di replicare.
«Ho viaggiato oltre il velo per tenere un conciliabolo con i totem,» rispose, accorto. Joe sapeva che, quando si trattava di tirare in ballo gli spiriti guardiani della tribù, la sua gente era fin troppo suscettibile. «Abbiamo discusso a lungo. Mi hanno offerto protezione e pareri su come fermare il Wendigo.»
Al suono di quel nome blasfemo, i membri del consiglio presero a borbottare animatamente. Alcuni di loro rivolsero suppliche agli antenati; altri ancora si coprirono gli occhi, quasi temendo di vederlo apparire in mezzo a loro, nel wigwam.
«Calma, calma,» tentò di tranquillizzarli Ahote. Un refolo di vento gelido muggì contro la capanna. «Se permettiamo alla paura di dividerci, il Wendigo avrà vinto.»
«Ahote ha ragione,» sostenne il Sioux, con il volto intaccato dalle rughe.
Nella capanna calò di nuovo il silenzio. Tuttavia, Joe percepì che la quiete era carica di una vibrante inquietudine.
«Gli spiriti mi hanno donato questo,» disse lo sciamano. Proprio come con il rotolo di legno, afferrò da sotto i vestiti un coltello dalla lama lucida, con il manico d’osso adorno di perline e piume.
«Cosa sarebbe?» domandò l’uomo alla sua destra.
«L’unica arma in grado di trapassare il cuore di ghiaccio del Wendigo,» rispose Ahote. «Ma questo non basterà a fermarlo: se non distruggiamo la sua essenza oltre il velo, di sicuro tornerà.»
«Non possiamo permetterlo,» esordì un individuo dai lunghi capelli intrecciati.
«Sì, è vero,» fece eco un altro.
«Silenzio!» tuonò un terzo. Indossava una pelliccia di lupo appoggiata sulle spalle. «Lasciate parlare lo sciamano!»
Ahote annuì, in segno di riconoscenza. «Qualora fallissi nel tentativo di ucciderlo nel mondo degli spiriti, ho predisposto un incantesimo che ci consentirà di intrappolarlo. A nord delle nostre terre ci sono le paludi e proseguendo ancora si trovano le caverne. Dietro la cascata si apre l’ingresso a una di esse. Lì dentro è cresciuto un albero molto antico. Evento insolito, ma portentoso, segno che il Grande Spirito non ci ha abbandonati. Sul tronco ho inciso un simbolo di protezione.»
«Non sono d’accordo!» esclamò all’improvviso Joe. Aveva taciuto tutto il tempo per il profondo rispetto che nutriva nei confronti degli anziani. Malgrado ciò, seguitava a non concordare con la scelta del nonno.
«Ti è vietato prendere la parola, ragazzo.» Uno dei presenti lo fulminò con lo sguardo. «Sei ancora troppo giovane.» Quindi si rivolse ad Ahote. «Perché tuo nipote è qui? Cosa stai tramando?»
Suo nonno sorrise. «Chiedo scusa per la veemenza di Joe. In parte è colpa mia: l’ho cresciuto seguendo alcune delle usanze dell’uomo bianco.» Fissò il ragazzo con indulgenza. «Lui è consapevole dei rischi che corro nell’affrontare il Wendigo; sostiene che non dovrei farlo da solo. Teme per la mia incolumità.» Tornò a osservare gli altri. «Ma non posso sottrarmi da ciò che sono, la guida che i totem hanno scelto per proteggere la tribù. Anche Joe ha iniziato il suo percorso per diventare uno sciamano, mentre suo padre, Elijah, ha preferito seguire la via del guerriero.» Sospirò, lasciandosi andare a una breve e composta risata. «Cosa sto tramando, avete chiesto? Bene, sappiate che in questo momento, proprio mentre stiamo parlando, Elijah sta radunando i nostri più valorosi cacciatori, preparandoli ad affrontare il nemico.»
«Avevi già predisposto tutto senza coinvolgere noi del consiglio,» commentò il Sioux con la pelliccia di lupo.
«Spero che possiate perdonarmi,» disse Ahote. «Ho agito in questo modo perché non abbiamo più tempo. Se il Wendigo ha scelto queste zone come terreni di caccia, nessuno di noi sarà più al sicuro. Inoltre, per giustificare la mia buona fede, ho deciso di siglare un patto tra voi e la mia famiglia.» Fece per alzarsi, con estrema fatica. Joe si affrettò a sostenerlo. «Anche quando tornerò al cospetto del Grande Spirito, mio figlio Elijah e mio nipote Joe si assicureranno di proteggere queste terre dal male. È un accordo che ci lega a tutta la tribù.»
Seguì un breve e velato mormorio, durante il quale Joe sentì i muscoli irrigidirsi. Tra la sua gente vigeva una semplice regola: la parola data valeva più di qualsiasi altra cosa.
«D’accordo, Ahote,» dichiarò il Sioux dal volto grinzoso. «Finché la nostra tribù esisterà, la tua discendenza ci sosterrà nella lotta contro il Wendigo.»
Usciti dal wigwam, Joe e suo nonno si diressero pian piano verso la loro abitazione, una minuscola casupola alla periferia di una grande città fatta di luci elettriche e palazzine di mattoni. Il progresso era giunto alle porte di una cultura antica, piena di folklore. Ahote, al pari dei suoi antenati, era cresciuto condividendo i misteri e la saggezza di un periodo storico in procinto di venire cancellato dalla modernità; Joe, come molti altri giovani, si trovava invece in bilico tra i due mondi. Questo lo aveva portato a riflettere su cosa fosse giusto fare, se starsene aggrappato alle vecchie tradizioni o concedersi all’apertura di quella presunta civiltà introdotta dagli europei. Suo nonno gli aveva offerto supporto, come sempre, affermando: «Alcuni animali preferiscono rintanarsi sotto la terra per evitare i pericoli. Tu hai la facoltà di scegliere. Senza mai dimenticare da dove provieni.»
Continuarono a camminare in silenzio. Oltre le montagne, sulle vette innevate, l’alba stava facendo capolino. Ahote si fermò, il fiato corto e il corpo che tremava.
«Qualcosa non va?» gli domandò Joe, in ansia. «Vuoi fermarti a riposare?»
«No, no,» rispose il nonno. «Manca poco. Volevo solo godermi il sorgere del sole. Domani notte affronterò il viaggio più importante della mia vita. E potrebbe essere anche l’ultimo.»
«Ti scongiuro, non dire così. Io…»
Ahote lo interruppe sollevando una mano. «Ho preso la mia decisione. Quando giungeremo a casa, riposati. Poi, consegna questo a tuo padre.» Afferrò di nuovo il coltello cerimoniale. «A breve saremo tutti messi alla prova. Gli spiriti ci osservano.»
«E giudicano le nostre azioni,» seguitò Joe.
«Bravo, nipote.» Ahote gli baciò la fronte con amore. «Ora restiamo qui e ammiriamo l’opera del Grande Spirito.»
Il sole pallido bruciò il freddo del mattino e la nebbia che scivolava sopra ogni cosa, rivelando un gigantesco mondo fatto di alberi enormi dalla chioma fronzuta e cespugli luccicanti di umidità. Alcuni animali si destarono nella foresta, producendo leggeri fruscii contro il fogliame. A parte ciò, tutto era silenzio, come se la natura stessa fosse in attesa del compito che la famiglia di Joe era stata chiamata a svolgere.
Un compito ingrato, certo. Un compito che lo turbava, ma che al contempo lo riempiva di orgoglio.
«Ce la faremo,» disse Joe, cingendo le spalle del nonno con un braccio. «Wakan Tanka sarà con noi.»
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