L’eco di Villa Woodgrave: Il gotico contemporaneo tra famiglia e ossessione | Leggi il 1° capitolo del romanzo

In L’eco di villa Woodgrave, Luca Cavicchi ci conduce tra le mura di una dimora che non è solo un luogo, ma una presenza viva, inquieta, incapace di lasciar andare. Villa Woodgrave domina il paesaggio e le vite di chi la abita, trasformando silenzi, paure e legami familiari in qualcosa di tangibile, quasi soffocante.

Al centro della storia non c’è soltanto l’ombra del soprannaturale, ma una famiglia che cerca disperatamente di proteggere ciò che ama, mentre crepe invisibili si allargano sotto la superficie. Qui, l’orrore non irrompe: cresce lento, stratificato, insinuandosi tra i non detti e i ricordi che non vogliono svanire.

Con L’eco di villa Woodgrave, il gotico si fa contemporaneo, intimo e profondamente psicologico.

Vi proponiamo di seguito il primo capitolo del romanzo: un primo passo dentro Villa Woodgrave, dove nulla viene dimenticato.

In tutte le librerie dal 24 aprile.

 

Capitolo 1

Autunno 1880

Certe cose sono destinate a non cambiare mai. L’antica dimora della famiglia Woodgrave aveva sempre osservato con indifferenza le piccole vite degli abitanti del villaggio sottostante, così come coloro che la abitavano da tempo immemore, generazione dopo generazione. Ormai nessuno ricordava quando fosse stata costruita ma, nonostante lo scorrere degli anni l’avesse modificata varie volte, aggiungendone diverse parti e modificandone altre, nella memoria di tutti era sempre stata lì, immutabile, sulla cima della collina che dominava il villaggio, curandosi soltanto della propria bellezza. I pochi che avevano avuto la fortuna di ammirarla concordavano che nessun’altra in tutta la Gran Bretagna potesse rivaleggiare con lei. Per tutti era semplicemente e ancora villa Woodgrave, anche se la famiglia da cui aveva preso il nome era quasi completamente estinta.
Era convinzione comune che l’unico superstite, Theodore, vivesse separato dal resto del mondo senza mai uscire dai cancelli della proprietà e per tutti continuava a essere “il giovane Theodore” anche se ormai non doveva esserlo più. Aveva quaranta o cinquant’anni o forse anche di più, eppure tutti lo immaginavano ancora bambino a correre tra gli sconfinati saloni, con l’eco dei suoi passi a rimbombare nel silenzio. Si diceva che fosse stata costruita un’enorme sala da ballo con cento focolari e che, nelle sere in cui la villa aveva ospitato gli eventi organizzati dalla signora Prudence e dal marito, la sequela di carrozze arrivasse fino in paese; uno spazio, quello che occupava la casa, decisamente troppo grande e sprecato per un solo uomo. Altri sostenevano che sotto la casa si dipanasse un infinito reticolo di tunnel nei quali il dottor Osmond Woodgrave, marito di Prudence, aveva stipato i tesori raccolti durante i suoi viaggi. Era un uomo molto intelligente, su questo tutti concordavano, eppure non indifferente all’opulenza e alla bellezza; quindi, insieme a saggezza e conoscenza, doveva certamente aver portato a casa anche una grande quantità di ricchezze. Sui loro tre bambini si sapeva molto poco: nessuno ricordava di aver assistito alle esequie, eppure, tutti erano certi che due di loro fossero morti e il terzo, Theodore, fosse sopravvissuto e probabilmente impazzito a causa del dolore e della solitudine. Con il trascorrere del tempo, mentre realtà e fantasia si erano mescolate fino a diventare inscindibili, la casa aveva assunto un’aura sinistra, quasi spettrale, aggravata dal fatto che nessuno poteva realmente dire di averla mai potuta osservare da vicino. Dal villaggio si poteva discernere solo la sommità delle torri imponenti e le tegole rosse del tetto che si stagliavano alte sopra gli alberi che la circondavano, occultandola in gran parte. In alcuni momenti dell’anno una leggera foschia si innalzava al di sopra del bosco, facendola scomparire quasi del tutto agli occhi dei paesani e da certi punti del villaggio, come dalla chiesa, non la si scorgeva affatto. Alte recinzioni di ferro battuto impedivano l’accesso al dolce declivio che portava su per la collina e nessuno che vivesse da quelle parti aveva mai osato varcarle. Eppure, sebbene fosse ormai opinione diffusa che Theodore vivesse ritirato dalla vita sociale, pareva che condividesse la sua casa con diverse altre persone. Il solo volto noto ai più era il custode della famiglia Woodgrave, Conrad, che aveva servito in precedenza il signor Osmond e la signora Prudence e ora lavorava alle dipendenze del loro unico figlio superstite, portando a termine per lui le commissioni in paese. Si fermava talvolta a fare due chiacchiere con gli abitanti, difendendo la riservatezza del padrone e rifiutando di rispondere a domande inopportune, come quelle sul suo stato di salute. Tutti gli altri erano volti sconosciuti ed erano di certo le maestranze necessarie al mantenimento e alla gestione di una dimora così superba: chi si avvicinava alla grande cancellata e sbirciava oltre poteva trovarli all’opera nel bosco, vestiti in tuta da lavoro. Non si avvicinavano mai abbastanza perché li si vedesse in faccia; tuttavia, se qualcuno del paese avesse trovato impiego presso la villa si sarebbe subito venuto a sapere. Dovevano venire da lontano e vivere lì con le loro famiglie, nessuno li vedeva mai uscire. Grande era la curiosità attorno a loro, alle attività di cui si occupavano e, soprattutto, al loro compenso. Questo in particolare era un argomento molto dibattuto. I Woodgrave in passato avevano pagato sempre bene, erano stati generosi e puntuali con i loro impiegati, eppure a un certo punto si erano guadagnati l’astio degli abitanti del villaggio assumendo solo operai e professionisti esterni, che nessuno conosceva e che non si facevano mai vedere in paese. Chiunque avrebbe fatto carte false per ricevere un impiego lì, oltre che per mettere le mani sulle ricchezze che si nascondevano nelle viscere della casa, naturalmente. Eppure, nonostante in molti si fossero proposti per lavorare alla villa, nessuno aveva avuto questo privilegio e neppure ottenuto risposta o un incontro. E tuttavia, in passato, la collaborazione tra gli abitanti del luogo e la famiglia proprietaria della tenuta era stata molto più stretta e fruttuosa per entrambi, tanto che i fondatori del villaggio avevano dato alla neonata comunità il nome di Woodgrave Hill in segno di riconoscenza. Le prime casupole erano sorte subito alle pendici della salita che conduceva alla grande casa, al limitare del bosco che racchiudeva la proprietà, per poi allargarsi in tutte le direzioni attorno alla collina. Le principali attrattive che Woodgrave Hill aveva da offrire, cioè la candida chiesa di legno bianco del reverendo Augustus, gli uffici di pubblico interesse, qualche sparuto esercizio commerciale e la taverna di Daisy, punto di ritrovo e riferimento per tutti, si trovavano sulla via principale. Al calare del sole, alle spalle dell’immensa casa sulla collina, la strada principale si illuminava e ardeva come una fiamma, tagliando in due il paese e infuocando tutte le abitazioni che erano ordinatamente poste ai suoi lati. Non si può certo dire che fosse una cittadina da sempre in disgrazia, ma da quando si era esaurito il flusso di denaro proveniente dalla famiglia facoltosa sulla collina, la situazione era un po’ alla volta degenerata. Era sempre più facile trovare giardini abbandonati e trascurati, pareti scrostate o tetti che faticavano a proteggere l’interno delle case dalle piogge frequenti. Il ricettacolo delle lamentele dell’intera comunità, che era propensa a spendersi per aiutare i concittadini ma restia ad ammettere estranei nella sua cerchia, era naturalmente la taverna di Daisy. Quando il locale iniziava a riempirsi e il fuoco si accendeva nel grande focolare, verso le sei o le sette di sera, tutti rivolgevano uno sguardo all’angolo vicino al camino per salutare Julian Jones, che attendeva gli altri clienti già dal primo pomeriggio, intento a raccogliere le notizie del giorno. Lui e il suo bastone, appoggiato al muro di pietra alla sua sinistra, erano lì da ore; se non ci fosse stato, allora significava che era accaduto qualcosa di molto serio. 
Daisy sedeva al suo bancone in silenzio, osservandolo bere a piccoli sorsi il suo boccale di birra scura e sperando che prima della chiusura arrivasse qualcuno di abbastanza generoso da offrirglielo, perché in tutti quegli anni lui non aveva mai tirato fuori una sola moneta. Qualcuno era sempre apparso.
Julian non era un uomo di grande cultura, ma nei suoi piccoli occhi grigi ferveva una curiosità insaziabile e le sue orecchie erano sempre tese: dopo aver ascoltato una certa notizia, si poteva stare certi che entro poche ore tutti gli altri clienti ne sarebbero stati al corrente.
«Vai a prendere il bicchiere vuoto del signor Jones, cara, vedi che ha finito di bere?» bisbigliò Daisy a sua figlia, che era in piedi accanto a lei con le mani dietro la schiena e lo sguardo basso. «Ma non portargliene un altro, cara. È meglio aspettare che qualcuno paghi almeno il primo giro.»
La ragazza, una dodicenne rotondetta dai lunghi capelli lisci spalmati sulla testa, si avviò con passo pesante verso il tavolo senza alzare lo sguardo, raccolse il boccale, lo portò al bancone e iniziò a lavarlo.
Sua madre inarcò un sopracciglio. «Santo cielo, se vuoi darmi una mano con i clienti devi farti passare questa timidezza, figlia mia. Almeno un sorriso, cara, se proprio il gatto ti ha mangiato la lingua,» si lamentò Daisy, che invece era magra come una scopa. La ragazza arrossì ma non disse nulla. Il signor Jones, fino a quel momento il solo cliente, si fece scappare un piccolo sorriso bonario sotto i grossi baffi da tricheco, ormai più bianchi che grigi. Daisy si avvicinò al camino, afferrò l’attizzatoio e iniziò a spostare i ciocchi di legno che avevano già iniziato a crepitare, emanando un calore rigenerante.
«Ho paura che abbia preso l’intelligenza del mio povero Thomas, pace all’anima sua,» aggiunse a bassa voce guardando Julian dal basso e facendo poi un rapido segno della croce. «Manca a tutti quanti noi. Insomma, non era il più loquace degli uomini, però di certo era il più generoso.» Accompagnò la frase sfregando ripetutamente il pollice e l’indice della mano destra e Daisy ridacchiò. «Abbiamo dovuto quasi chiudere il locale per tutti i boccali che ha offerto in giro.»
«E di questo lo ringrazierò sempre. Ma è stato molto più di questo per noi.» Gli angoli delle sue labbra si incurvarono appena. Gettò uno sguardo al bastone da passeggio appoggiato al muro di pietra, forse per non far vedere a Julian che i suoi occhi stavano diventando lucidi.
«Come va la gamba? Continua a farvi male nei periodi più umidi dell’anno?» Istintivamente il signor Jones si portò la mano verso il femore destro. «Sempre. Insomma… Più invecchio e più peggiora, ahimè. Riesco a muovermi sempre meno e la strada per arrivare da casa fino a qui inizia a essere faticosa.»
«L’importante è che riusciate ad arrivare da noi per la vostra consumazione,» aggiunse lei scrollandosi nelle spalle.
Julian scoppiò in una risata cavernosa. «Sapete anche voi che sono il peggior cliente di questo posto. Eppure, non smetterò mai di ringraziare voi e il povero Thomas per l’ospitalità. Insomma… La solitudine uccide più di una pugnalata.»
«Non siete troppo vecchio per trovarvi una donna. Oppure… un uomo,» aggiunse Daisy mentre si rialzava in piedi, soddisfatta di come aveva disposto i ciocchi nel focolare. Il fuoco iniziò a brillare con più intensità. «Oppure un lavoro o un’occupazione. Qualcosa che riempia le vostre giornate.»
Julian si morse il labbro inferiore sotto i baffi imponenti e si spostò pesantemente sulla sua vecchia panca di legno, facendola scricchiolare.
«Non mi fa piacere vivere sulle spalle degli altri, credetemi. Insomma… Ma un uomo come me, che sta rapidamente arrivando al tramonto della sua vita, non ha più molto da dare a questa brava gente. E per questo devo ringraziare quel vecchio porco di Osmond, che marcisca all’Inferno.»
«Finalmente qualcosa su cui siamo tutti d’accordo,» intervenne una voce squillante proveniente dal fondo della sala. Un uomo distinto, con una barba scura rifinita alla perfezione, era appena entrato dalla porta, il sottile cigolio dei cardini nascosto dal crepitare del camino. La ragazza, che nel frattempo aveva asciugato il bicchiere, scomparve dietro il bancone.
«Buonasera a voi,» aggiunse, togliendosi il cappello in segno di saluto. Si spogliò del soprabito e lo appese all’attaccapanni. «Posso unirmi per bere qualcosa?» Si avvicinò a loro con passo elegante e Julian spostò bruscamente una sedia con la gamba sinistra, facendogli capire che poteva sedersi al suo tavolo. Non che ce ne fosse bisogno: i due si conoscevano da lungo tempo, erano soliti a quei momenti conviviali. Il nuovo arrivato si aggiustò gli occhiali appannati e si sedette vicino a Julian, sorridendogli con trasporto. «Sempre il tavolo migliore,» commentò. «Quello più al caldo.»
«Il calore mi aiuta a non sentire il dolore alla gamba. Insomma, quando le giornate si fanno più fredde e umide diventa insopportabile.»
«Ho una cosa per voi,» rispose l’altro, alzando l’indice. Infilò una mano nella tasca dei pantaloni ed estrasse una piccola boccetta piena di liquido trasparente. «Prendetene dieci gocce prima di andare a letto, tutte le sere. Vedrete che andrà meglio. L’ho preparata io stesso oggi pomeriggio. I vostri dolori non sono un segreto, e nemmeno dove trovarvi lo è.»
Gliela porse con un sorriso gentile e Julian la afferrò, chinando il capo, grato.
«Che Dio vi benedica, signor Wilkes. State pur certo che parlerò sempre e solo bene di voi e della vostra farmacia. Lasciate che vi offra da bere.» I due scoppiarono in una risata fragorosa e Daisy, che nel frattempo si era allontanata, rise ancora più di gusto. A quel punto, l’ampio salone si era lentamente riempito di gente e i grandi tavoli di legno grezzo adesso erano quasi tutti pieni. I giovani coniugi Baker e il bianco e quasi etereo reverendo Augustus, che abitualmente abbandonava per circa un’ora la sua chiesa per unirsi agli umori del popolo, occuparono gli ultimi posti al tavolo accanto il camino. Era un uomo ormai molto vecchio, dalla cute chiazzata eppure con ancora una formidabile massa di capelli argentei e pettinati con cura. Il suo collo sottile e rugoso si piegava in avanti, come quello di una tartaruga che esce dal guscio per osservare con cautela. Spesso lo si vedeva aggirarsi attorno alla sua chiesa con le mani dietro la schiena, meditando. Un tempo era solito rispondere alle domande citando la Bibbia, ma ormai la sua memoria iniziava a cedere e spesso cominciava una frase senza riuscire a terminarla, provocando imbarazzo dei suoi uditori e l’ironia dei bambini e ragazzi; inutile dire che la cosa lo faceva molto innervosire. Aveva pertanto smesso di recitare a memoria.
Eppure, nonostante il peso dell’età si facesse sentire, rimaneva un punto di riferimento per la comunità, non soltanto spirituale. Era infatti un profondo conoscitore dell’animo umano, come lui stesso soleva dire non senza un pizzico di vanità, e la sua opinione era rispettata da tutti. Si diceva che avesse somministrato lui i sacramenti al vecchio Osmond e battezzato tutti i suoi figli, eppure il reverendo Augustus non l’aveva mai confermato di persona.
I coniugi Baker, invece, non avevano mai grandi argomenti di conversazione, se non i problemi di lavoro di Willis e i fastidi che la prima gravidanza stava procurando a Jenny. Il marito stava perlopiù ad ascoltare, lamentandosi a sua volta non appena se ne presentava l’occasione. Daisy e sua figlia filavano da un tavolo all’altro portando vassoi stracolmi e boccali pieni a ogni tavolo, mentre una gigantesca pentola fumava sopra il fuoco, emanando un gradevole odore di carne. Anche la grossa gatta rossa di Daisy ne sembrava attratta. Saltò agilmente in braccio a Julian, che era il più vicino al focolare, e tentò di allungare il collo verso la pentola. Alcuni bambini correvano tra gli avventori, in un’allegra confusione che in genere non disturbava i presenti. Si era rapidamente fatto buio e, mentre venivano servite porzioni di stufato a chi ne faceva richiesta, il vociare rumoroso si attenuava a poco a poco. Il fuoco nel camino iniziò ad affievolirsi e la sala sprofondò nella penombra. Dalla grande finestra si vedeva tutta la strada principale, con i suoi ciottoli ordinati e illuminati dalla luce delle lanterne a gas. Più in là, immersi nelle tenebre, gli alberi stavano in fila immobili come sentinelle silenziose. Quasi tutti i presenti, o perlomeno quelli che non erano troppo concentrati sulla loro cena, faticavano ancora a distogliere lo sguardo dal profilo eclettico della vecchia villa dei Woodgrave, che dominava la taverna dall’alto stagliandosi contro il cielo nero ed emergendo dall’oscurità. Solo la tenue luce della luna, in quella serata limpida, permetteva di distinguerne i contorni. Sebbene tutti quanti fossero abituati a vivere alla sua ombra, la sola presenza immobile e insondabile della villa, incurante di ogni altro essere vivente e dei suoi affanni, li faceva sentire vulnerabili.
«Un solo uomo abita lì dentro, come un drago seduto sul suo tesoro,» disse una voce piena di amarezza, raccogliendo i consensi dei presenti. Tutti sapevano che Theodore non avrebbe ceduto loro nemmeno una singola moneta, neppure in quel momento delicato. «La famiglia Woodgrave e il nostro villaggio sono stati sempre dipendenti l’uno dall’altra,» intervenne il signor Wilkes, voltandosi verso la sala per intercettare gli sguardi dei presenti. «Non fa bene a nessuno dei due che questo rapporto si interrompa. Mio padre mi raccontava sempre che il vecchio Osmond gli ordinava grandi quantità di farmaci e poi aiutava chi ne aveva bisogno senza chiedere nulla in cambio. Devo dire che mi domando se fosse vero, perché io non ne ho ricordo e visto l’atteggiamento dell’ultimo signor Woodgrave…»
«Ecco! Dubito che questo sia mai accaduto, signor Wilkes,» commentò il fornaio dal tavolo a fianco, con la sua voce cavernosa. «Loro non hanno mai avuto a cuore le sorti del paese e hanno sempre odiato avere a che fare con noi poveracci. Penso che qui ci sia qualcuno che lo può testimoniare.» 
Allungò un braccio robusto ancora imbiancato di farina, indicando verso il camino, dove Julian stava accarezzando con dolcezza la massiccia gatta rossa a pelo lungo, immersa in un sonno sereno sul suo grembo. «Vorrei evitare di annoiarvi con le mie tristi storie personali,» ribatté lui, chiamato in causa dopo un momento di silenzio in cui si era limitato ad ascoltare. «Insomma… Penso che tutti quanti conosciate questa vicenda.» Alzò lo sguardo, aggrottando la fronte. 
«È così. Mantenere un segreto in questo posto è veramente difficile,» gli fece eco il signor Wilkes annuendo con il capo. «E voi stesso siete un grande sostenitore della diffusione di notizie e segreti.» Qualche risata esplose in fondo alla sala, ma suonò forzata e si smorzò molto in fretta. Quando la conversazione, qualsiasi conversazione, toccava la famiglia Woodgrave e il loro egoismo (cosa che accadeva sempre più spesso) il tono diventava subito molto serio e l’atmosfera più greve, soffiando via l’aria festosa.
«Per quanto mi riguarda, considero ciascuno di voi al pari di un familiare. Insomma, non ho motivo di nascondere nulla,» proseguì il signor Jones, cercando lo sguardo anche dei presenti più lontani, che nel silenzio del locale volgevano ora gli occhi a lui. «E credo che dalla nostra memoria possiamo e dobbiamo imparare tante cose riguardo a Woodgrave Hill, al suo passato e agli errori che sono stati commessi. Soprattutto in un momento difficile come questo.»
«Ci sono cose che tutti dovrebbero sapere, giovani e vecchi,» prese la parola il reverendo Augustus, la cui flebile voce costrinse tutti a tendere le orecchie per poter essere udita. «Le cose vecchie sono passate, come anche Gesù stesso ci dice, e indugiare troppo sui torti subiti può rendere difficoltoso vivere appieno il presente. Eppure, guardarsi indietro è d’aiuto e i nostri ricordi devono tracciare una strada diversa per il futuro. Non dobbiamo però farci avvelenare dall’odio, ma imparare ad accettare i torti del passato e riuscire a perdonare. Soprattutto i ragazzi, i nostri figli, che senz’altro, e molto più di noi, hanno una grande capacità di perdonare.»
Allungò un dito verso il tavolo subito accanto al bancone di legno, dove erano seduti i figli di altri avventori. Martha, la figlia della locandiera, dopo aver dato una mano alla madre nel momento di maggior afflusso, era stata momentaneamente dispensata dal servizio ed era seduta in mezzo a due bambine appena più piccole di lei, entrambe molto pallide e lentigginose che sembravano sorelle. Di fronte a loro sedeva Tom Wilkes, che stava lanciando dei pallini di carta nel budino di pane e uvetta di una delle due con suo disappunto. Appena si accorse che l’attenzione di tutti era rivolta a loro si fermò con aria innocente, appoggiò le mani sulle ginocchia e lanciò uno sguardo a suo padre, fratello di Arthur il farmacista, che lo stava fulminando con gli occhi da due tavoli di distanza. Abbassò la testa e si strinse nelle spalle ossute. Accanto a lui sedeva l’occhialuto Colin Baker, fratello minore di Willis, più mansueto almeno finché non era in sua compagnia. Era la sua ombra ovunque andasse, e in genere era lui a seguire l’amico nelle loro marachelle, accettando o quantomeno tollerando i suoi comportamenti prepotenti. Le sue insegnanti sostenevano che avesse trovato in Tom un modello educativo poco edificante, al pari di suo fratello, e che sarebbe stato un ragazzino molto sveglio se non si fosse ostinato a seguire quei due pessimi esempi. Lui era alle prese con una fetta di dolce speziato al miele e zenzero e non parve nemmeno essersi accorto degli sguardi. Suo fratello maggiore aggrottò le sopracciglia e disse qualcosa sottovoce a sua moglie, che rise con educazione portandosi una mano davanti alla bocca. I figli dei Paxton e dei Taylor, che avevano quattro o cinque anni in meno degli altri, rimasero paralizzati.
«Molte cose sono andate perse nel corso del tempo e sarebbe un peccato se altre ancora venissero dimenticate. Già adesso si fa fatica a distinguere tra ciò che è certo e ciò che non lo è, e ognuno conosce una versione diversa della stessa storia,» proseguì il signor Wilkes, arricciando il naso. «Si creerebbe solo ulteriore confusione.»
«Signor Jones, raccontate ai nostri ragazzi la vostra storia, se non vi disturba parlarne,» intervenne una donna anziana con voce squillante, alzando un braccio per attirare l’attenzione. L’episodio era stato raccontato talmente tante volte che nessuno si domandava più sul serio se a Julian facesse piacere condividere pubblicamente la storia della sua disabilità; per semplice cortesia qualcuno sollevava ogni volta la questione. La realtà è che tutti erano sempre ben disposti ad ascoltare un aneddoto che mettesse i Woodgrave in cattiva luce, soprattutto agli occhi dei loro figli. E una fonte diretta era sempre meglio di un racconto tramandato nel corso degli anni, con i punti più oscuri che uno alla volta erano stati illuminati arbitrariamente per rendere tutto più sensazionale e trasformare in Woodgrave in mostri. Julian fece un sospiro molto teatrale, lisciandosi i baffi mentre si preparava a raccontare. I più attenti notavano che alcuni dettagli cambiavano di volta in volta, come spesso accade nella tradizione orale.
Il vociare nella sala si arrestò di colpo. I vicini di tavolo si scambiarono sguardi eccitati, sfregandosi le mani come se fossero in attesa di una portata prelibata. Dopo una lunga pausa misurata, durante la quale il pubblico fremeva di attesa, Julian iniziò la sua narrazione.
«Questo è solo uno dei tanti esempi di come quelle bestie che vivono nella casa hanno sempre considerato noi gente del villaggio,» esordì, gonfiando il petto. «Ma sono certo che ciascuno di voi ne ha altri da menzionare. Insomma… Torniamo indietro di parecchi anni, io ero solo un ragazzo e la grande febbre maligna aveva appena colpito Woodgrave Hill. Quella non si può proprio dimenticare.» Il silenzio diventava sempre più pesante e tutti gli astanti pendevano dalle sue labbra.
«Sono nato con una malformazione all’anca e attorno all’età di cinque o sei anni ho iniziato ad avere dei dolori molto forti, facevo sempre più fatica a camminare. All’epoca stavamo bene, insomma, avevamo una vita agiata. I miei genitori lavoravano, avevamo una bella casa… Insomma, le possibilità per pagare un medico che mi visitasse non mancavano. Il vecchio Osmond, che all’epoca era il capofamiglia dei Woodgrave, era un uomo di grande cultura, e medico per giunta. Quando il mio disturbo si aggravò e io quasi non riuscivo più a stare in piedi, la mia famiglia decise di portarmi in visita dal dottor Woodgrave. Lui non solo rifiutò di trattarmi, ma nemmeno si degnò di riceverci. Ricordo che eravamo pietosamente sulla soglia della sua proprietà e Conrad, quel bastardo del suo tuttofare, urlò che il dottore non avrebbe mai parlato con i miei genitori, due poveracci del villaggio, e che mai avrebbe aperto per noi le porte della sua casa. O così mi hanno detto. Insomma, i miei cari genitori si vergognarono come dei cani. E, vi ripeto, non si trattava di mancanza di soldi, non avevamo problemi a quel tempo: mio padre era perfino andato in banca e aveva prelevato una cifra di tutto rispetto per pagarlo. Ma per Osmond non era una questione di denaro: gli faceva ribrezzo l’idea di far entrare qualcuno come noi in casa sua.»
Julian prese fiato per un istante, a labbra serrate dopo aver sputato fuori tutta la sua amarezza. Il cigolio della sua panca era l’unico, flebile rumore in tutta la sala.
«In seguito le cose non migliorarono. Conosco le voci che girano, anche da quel brav’uomo di vostro padre, signor Wilkes, pace all’anima sua. Insomma, io non credo che abbia mai aperto per qualcuno di noi le porte di casa sua o che abbia in qualche modo mai contribuito alla salute di chi vive in questo villaggio. Con il tempo però ho potuto contare su persone più che valide e disposte ad aiutarmi, tra cui proprio il qui presente Arthur Wilkes, che, con i suoi preparati, mi ha aiutato ad alleviare i dolori. Ho potuto camminare, seppure con difficoltà.»
Fece un’altra pausa, con il mento che tremava e il petto che si alzava e abbassava come un mantice, poi riprese. «Per questo dico e ripeterò sempre che la nostra forza più grande è la nostra comunità: qui ho sempre trovato supporto, mentre dai Woodgrave non ho mai avuto niente. Niente! Per questo io spero che siano dannati tutti quanti! E, a giudicare da come si comporta, rinchiuso lì nel suo castello, senza mai farsi vedere da anima viva, Theodore è venuto su esattamente come suo padre avrebbe voluto. Insomma, state certi che, la notte in cui Osmond, Prudence e le due figliolette hanno tirato le cuoia, nessuno ha versato una sola lacrima.» I bambini, che forse avevano ascoltato quella storia o un’altra simile solo di seconda mano, era rapiti e lo fissavano con gli occhi sbarrati. 
«E come sono morti?» chiese Colin Baker, con la forchettina ancora stretta in pugno e la fetta di dolce che ricadeva nel piatto. Ci fu un momento di silenzio glaciale. Julian e Arthur si scambiarono uno sguardo imbarazzato, il reverendo Augustus chinò il capo e congiunse le mani. Da qualche parte, la bigotta signora Smith disse con voce strozzata: «Perdio! Ci sono i bambini!» 
Eppure era impensabile che nessuno avesse mai parlato loro di quella notte, lontana nel tempo ma non nei loro cuori, che era stata uno spartiacque per la vita del paese. Soprattutto perché i bambini hanno una predilezione per le vicende macabre e spaventose, e loro desideravano in maniera evidente di saperne di più.
Prese la parola il reverendo Augustus, forse l’uomo in quella stanza che meglio sapeva destreggiarsi con le parole, nonostante i suoi problemi di memoria. «La nostra comunità è fatta di brava gente, onesta e lavoratrice. Tuttavia, anche gli uomini più retti e rispettabili, in momenti di grande sofferenza, possono macchiarsi del peggiore peccato.»
«Sono stati uccisi tutti!» esclamò Tom Wilkes con le mani tremanti strette a pugno, attirando l’attenzione sul tavolo dei bambini. «Nella loro casa, vero, zio?»
La signora Smith lanciò ad Arthur uno sguardo di disapprovazione. «Santo Cielo, sono troppo giovani per queste cose,» proferì senza quasi farsi udire, scuotendo la testa.
«È la verità,» ammise Arthur, alzando i palmi delle mani. «Una notte qualcuno irruppe nella villa, non saprei dire se fu un tentativo di rapina andato male oppure un regolamento di conti, o una vendetta. Le versioni sono tante e scovare la verità è difficile. Fatto sta che la villa prese fuoco e quasi l’intera famiglia perse la vita quella notte: Osmond, sua moglie e le loro due figlie. Theodore fu l’unico a sopravvivere, si dice che sia rimasto profondamente segnato dall’esperienza. Nessuno della famiglia è più uscito dai cancelli dei Woodgrave dopo quella notte, nemmeno i cadaveri dei morti.»
«La sua salute mentale è deteriorata, lo dice sempre mia cugina Mildred,» intervenne una donna di mezza età, dalle guance talmente rosse da farla sembrare una bambola. 
«No, no! È rimasto ustionato nell’incendio, Jessica,» la contraddisse il marito agitando un dito, con i bottoni del panciotto che faticavano enormemente. «Da allora è tenuto in vita dal suo maggiordomo.»
«Un incendio?» domandò il piccolo Colin con gli occhi spalancati, quasi gridando. Stavolta la signora Smith tacque, ma aveva le labbra serrate ed era ancora evidentemente contrariata. Almeno quanto Elsa, la gatta rossa di Daisy, che aprì gli occhi e tirò indietro le orecchie.
«Quella stessa notte, la grande casa sulla collina prese fuoco. I Woodgrave furono sterminati, chi fece ritorno disse di aver visto i loro corpi esanimi. Nessuno dei presenti ha mai ammesso di essere il responsabile. Forse per vergogna. Alcuni lasciarono il paese dopo… Non tutti i nostri compaesani fecero ritorno a casa: alcuni morirono nel grande rogo, carbonizzati,» spiegò Arthur, guadagnandosi gli ennesimi rimbrotti della signora Smith. «È la verità, Helen, fa parte della nostra storia, che ci piaccia o no,» proseguì, stringendosi nelle spalle. Lei tacque ma non smise di trafiggerlo con lo sguardo.
«Baggianate,» commentò Daisy, mentre passava a raccogliere i piatti e i bicchieri vuoti. «La mattina dopo la casa era al suo posto, come sempre. E non un filo di fumo si levava in cielo. Un rogo di quelle dimensioni avrebbe bruciato tutto il bosco!»
«Molti dei presenti giurarono di aver visto le fiamme levarsi altissime sopra la casa, coprendo perfino il profilo della luna,» ricordò il reverendo Augustus.
«Reverendo, con tutto il rispetto… Insomma, la vostra memoria non è più quella di una volta,» commentò Julian, dando voce a un pensiero comune. L’anziano parroco tacque, incrociando le braccia sul petto. Nel frattempo, al tavolo dei bambini, Tom e Colin confabulavano freneticamente, mentre le tre ragazzine sedute di fronte a loro si guardavano l’un l’altra con gli occhi sbarrati. La signora Smith si era alzata ed era andata a collocarsi alle spalle di uno dei bambini più piccoli, coprendogli le orecchie con le mani mentre questi cercava di divincolarsi.
«Ci sono molte ombre in questa storia,» riprese il reverendo Augustus, che sembrava aver accettato il commento di Julian. «Ognuno ha la sua versione della vicenda. Ciò che è accaduto tra quelle mura è orribile, indipendentemente da quale sia la mano che per prima ha colpito. Ricordare non serve a recriminare, serve a noi affinché possiamo evitare gli errori del passato, che hanno portato solo del male a questa comunità di brava gente. Ricordare non deve fomentare l’odio verso Osmond Woodgrave e la sua famiglia. Che riposino in pace.»
«Riposino in pace un corno. Poco importa cosa faceva il vecchio,» intervenne con astio Willis Baker, che era rimasto in silenzio fino a quel momento. «Non so cosa sia accaduto in passato, non lo rammento e nemmeno mi interessa. La sola cosa di cui sono certo è che da quando ho memoria, l’unica occupazione del giovane Theodore è stata far costruire una recinzione attorno al suo bosco. Sono affari suoi se non vuole far vedere in giro la sua brutta faccia sfregiata, però quasi tutte le querce e i faggi dell’intera vallata sono lì, dietro quelle mura! Io non posso lavorare se non ho modo di accedere a quella legna, e lo vedete tutti lo stato delle nostre case. Va sempre peggio, è un disastro. Per non parlare del fatto che non dà lavoro a nessuno di qui. Ho personalmente intagliato la balconata della casa dei Ragwell, ho costruito la veranda della signora Wex! Voglio vedere dove lo trova un altro capace di fare quello che faccio io! Eppure niente, non riesco a nemmeno parlarci con quello, né riesco a ottenere risposta dal suo maledetto galoppino!» Scattò in piedi e batté con violenza un pugno sul tavolo, spaventando la moglie seduta accanto a lui, che si teneva la pancia tra le mani come se avesse paura che potesse cadere. I modi bruschi e strafottenti di Willis spesso non raccoglievano grandi consensi tra i suoi compaesani, ma un coro di approvazione si levò tutto attorno, spezzando quell’incantesimo silenzioso e ovattato che aveva accompagnato i racconti fino a quel momento. Arthur si sporse verso l’orecchio del signor Jones, mentre le voci dei presenti non accennavano a zittirsi.
«Vedete, mio caro Julian?» disse, evitando di farsi sentire da tutti gli altri. «Si può parlare di qualsiasi atrocità e quasi nessuno si oppone, ma quando si toccano i soldi…» Arthur ridacchiò sommessamente. «Ah, l’animo umano!»
Julian fece un sorriso quasi impercettibile, velato di amarezza. Il reverendo Augustus tentò di prendere la parola, forse per esprimere che quel crescente rancore non avrebbe giovato a nessuno, soprattutto per le sue motivazioni, ma venne sovrastato. «I soldi iniziano a scarseggiare per tutti,» rispose Julian al suo amico Arthur, sempre sottovoce. «Quando dovrò pagarmi da solo le mie consumazioni, insomma allora vorrà dire che la situazione sarà irrecuperabile.» Stavolta strappò un piccolo sorriso tirato al suo interlocutore.
«Non sono affatto ottimista, amico mio, devo ammetterlo. Si preannunciano tempi duri. La gente sta diventando sempre più nervosa. Io stesso fatico a mandare avanti l’attività.»
«Eppure mi portate regolarmente il mio preparato per i dolori. Ecco ciò che mi permette di essere positivo,» Julian esibì un largo sorriso. «Insomma… Tutti voi e la vostra generosità.»
Arthur si morse il labbro, tamburellando con le dita sul tavolo di legno. «Spero tanto che abbiate ragione.»

La notte si era fatta molto scura e la luna si era nascosta dietro una nuvola, lasciando filtrare solo un debole alone di luce spettrale attraverso la grande finestra. Il profilo frastagliato di casa Woodgrave era ormai praticamente invisibile al di sopra degli alberi, come se fosse scomparsa dal mondo. Eppure, anche se non si riusciva più a vedere, era tra loro come non mai, a rinfocolare il malanimo che aleggiava indigesto. Dopo un po’, stanca del trambusto, la gatta Elsa balzò giù dalle ginocchia di Julian e si allontanò dal camino quasi spento. Solo poche braci brillavano nel focolare.
Nessuno aveva più voglia di parlare, né di alleggerire la tensione con una battuta. L’atmosfera era diventata glaciale, come se il freddo della notte filtrasse attraverso gli stipiti delle finestre e da sotto la porta, condensando in piccole nuvole il respiro dei presenti. 
I passi rapidi di Daisy echeggiavano nel silenzio sospeso, facendo scricchiolare il pavimento di legno mentre si muoveva attraverso il salone con una scatola di fiammiferi in mano per accendere le candele sparse tra i tavoli. Le piccole luci, unica difesa contro l’oscurità sempre più pressante, baluginavano sui volti contriti dei presenti, senza riuscire a rischiarare la tenebra in cui erano sprofondati i loro cuori.

 

 

 

 

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