Il destino di una segnaressa - Il romanzo di narrativa di Michela Mosca | Leggi il Prologo

In Il destino di una segnaressa, Michela Mosca ci trasporta nel cuore del Polesine di fine Cinquecento , un mondo fatto di fango, miseria e una fede che spesso confina con la superstizione più cieca.

Al centro della narrazione c’è Agnese, una giovane contadina depositaria dell’arte delle erbe e dei rituali protettivi, che si ritrova travolta dal sospetto e dall'ombra dell'Inquisizione. Non è solo una storia di stregoneria e folklore, ma il ritratto intimo di una protagonista tenace e fragile, costretta a scegliere tra la fedeltà al proprio dono e la nuda lotta per la sopravvivenza in un mondo che non perdona i diversi.  

Con una scrittura intensa e rigorosa, Mosca ridà voce a chi è rimasto ai margini della Storia, trasformando fatti realmente accaduti in un romanzo potente che parla direttamente al nostro presente.  

Vi proponiamo di seguito il prologo del romanzo: un primo sguardo su un passato oscuro dove la paura si trasforma in condanna. 

In tutte le librerie dal 22 maggio.

 

PROLOGO

 

Polesine, 1574

Antonietta strinse il fagotto al petto e sgattaiolò fuori dal pollaio. Ogni passo era una stilettata al basso ventre. Dovette fermarsi dopo soli pochi metri per non rischiare di svenire. Non appena avvertì il debole lamento della creatura che teneva in braccio, ingoiò il dolore e si costrinse a proseguire. Le ginocchia tremavano; il labbro inferiore sanguinava a causa dei morsi che si era data per impedirsi di urlare. Le era sicuramente sfuggito qualche gemito, ma non potevano averla sentita. Quella stessa notte, anche la vacca aveva partorito, e i lamenti della povera bestia dovevano aver coperto i suoi. Antonietta marciava a velocità sostenuta, il tessuto della gonna che si appiccicava al sangue e agli umori che colavano lungo le cosce. Era buio, ma la luna piena rischiarava le tenebre e le indicava la via da seguire. Doveva inoltrarsi nel boschetto, lì sarebbe stata al sicuro da sguardi indiscreti, e avrebbe ragionato sul da farsi. Si osservò attorno, circospetta, in cerca di un’ombra che tradisse un’eventuale presenza. Nessuna. Inspirò la brezza estiva, beandosi dell’aria fresca che le asciugava la fronte, imperlata da gocce di sudore. Il fagotto prese a muoversi, presto un pianto echeggiò in tutta la campagna. Antonietta si denudò il seno e spinse il capezzolo turgido nella bocca della bambina. Questa vi si attaccò con voracità, e iniziò a poppare. Antonietta si morse l’interno delle guance, combattuta. La bimba aveva il colorito roseo, un ciuffo di capelli neri, nessuna menomazione. Ricontò le dita delle mani e dei piedi: c’erano tutte. Era davvero bella. Che guaio che fosse nata femmina.

Nel corso della sua vita, Antonietta aveva messo al mondo cinque figli. Gli unici due maschi erano morti troppo presto. Il primo pochi giorni dopo il parto. L’altro a dieci anni, per una febbre che se l’era portato via in meno di un mese. Le femmine erano già tutte accasate, le loro doti avevano prosciugato i pochi risparmi che lei e il marito avevano accumulato in una vita di sacrifici. La più grande, Maria, era morta di parto poco dopo il matrimonio. La seconda, Chiara, era andata ad abitare a Chioggia, con il marito pescatore. L’ultima, Giuseppina, era rimasta vedova prima di avere figli, e aveva continuato a stare nella casa dei suoceri. Antonietta avrebbe voluto un maschio che rimanesse con lei, a portare il cibo in tavola e a sostenerla. Da anni si era messa il cuore in pace: Dio le aveva dato dei figli, e se li era ripresi a suo piacimento. Ormai era vecchia. I capelli delle tempie erano tutti grigi, la schiena incurvata da anni di lavoro nei campi, il viso cotto dal sole. Aveva già fatto la sua parte. Non sanguinava più con regolarità, e la storpia le aveva detto che non era più fertile. Si era fidata. 
Ma poiché le sventure, diceva sua nonna, arrivavano sempre in compagnia, poche settimane dopo aver scoperto che non era così vecchia come credeva, suo marito ebbe un incidente con l’aratro. Nanni Lupi aveva perso un piede. Era allettato, incapace di lavorare, con la cancrena che stava risalendo lungo il resto della gamba. Sempre la storpia, dopo aver lanciato sul tavolaccio quei suoi ossetti di morto, aveva predetto che sarebbe spirato prima della festa dell’Assunzione. Antonietta sarebbe presto rimasta vedova. Una vedova incinta. 
Che tragedia!
Antonietta aveva allora chiesto all’herbera di prepararle una di quelle pozioni che svuotano il ventre e ti sollevano dal fardello. Ma la storpia l’aveva palpata per bene, l’aveva guardata con solennità e aveva risposto: «Xè tardi, non se poe.»
Antonietta si era arrabbiata, accusando la donna di averle detto una menzogna, ovvero che alla sua età non poteva più concepire. L’altra aveva sollevato le spalle e l’aveva liquidata con un: «Son cose che capitano.» 
Allora Antonietta si era data dei pugni sulla pancia, aveva sollevato pesi che manco in gioventù aveva avuto la forza di sollevare. Era tornata indietro dalla storpia, l’aveva supplicata di fare uno di quei suoi interventi, perché non poteva mica lasciare una povera disgraziata, con il marito menomato più morto che vivo, a crescere un bambino tutta sola. L’herbera aveva scosso la testa. «L’è troppo in là. Dovevi accorgertene prima. Se ci metto le mani adesso, morirai come un verro dissanguato.»
Antonietta aveva maledetto quella vecchia, che si diceva guaritrice solo quando le era comodo, e si era ingegnata per coprire i segni del suo stato. Fino a quel momento non se n’era accorto nessuno, per via della gonna larga e perché una dieta di sola polenta e latte acido faceva gonfiare il ventre un po’ a tutti. Si era procurata delle bende e con quelle aveva stretto il seno e la pancia, rischiando più di una volta di rimanere senza fiato e stramazzare al suolo. 
Un giorno una vicina, Ursula, che era passata davanti alla latrina e l’aveva scoperta con il vestito sollevato e le bende in mano, aveva notato il rigonfiamento sospetto. «Antonietta, non sta dirme che ti è piena?» Una domanda che era suonata come una vera e propria affermazione. Antonietta aveva scrollato le spalle. «Tasi! Te pare che alla me età sia permesso?»
A parte quell’unico episodio, e grazie alla riservatezza di Ursula – dote rara tra le povere donne di campagna, che altro non avevano come svago se non il pettegolezzo – nessuno seppe che l’Antonietta del Lupi l’è de novo gravida. Di conseguenza, nessuno avrebbe immaginato che, poco dopo il crepuscolo, Antonietta aveva iniziato ad avere le contrazioni. Il marito dormiva, o meglio, era in quello stato catatonico indotto dagli intrugli della storpia. I vicini erano già addormentati, distrutti da una giornata nei campi, chi nelle proprie abitazioni e chi all’aperto, a cercare ristoro dall’afa estiva. Antonietta era sgusciata fuori di casa, verso il pollaio. Le galline erano nelle loro casette di legno, assopite. Antonietta si era stesa sulla paglia e aveva spinto con tutta la forza che possedeva. Per non urlare aveva morsicato il vestito, le labbra, gli avambracci. Si era premuta una mano sulla bocca e, con l’altra, aveva tirato fuori la sua creatura. Dopo aver brandito il coltellaccio che aveva portato con sé, e aver reciso il cordone ombelicale, aveva guardato tra le piccole gambe. Una femmina, senza dubbio. Antonietta aveva pianto, in silenzio, mentre ripuliva la bambina e la cullava perché non strillasse. Non erano state lacrime di commozione. Era disperazione. Un maschio, una volta cresciuto, avrebbe potuto occuparsi di lei, due braccia forti da spedire nei campi. Un maschio avrebbe sposato una ragazza con la dote. Un maschio sarebbe valso dei sacrifici, una femmina no. Ecco perché Antonietta si era tirata in piedi, a discapito della debolezza e del dolore, aveva avvolto la creatura in una coperta e si era messa in marcia verso il boschetto. 

La bambina stava ancora poppando quando Antonietta giunse in prossimità di un fiumiciattolo. La staccò dal seno come avrebbe fatto con una zecca attaccata all’orecchio di una pecora. La bambina prese a strillare. Lì poteva piangere quanto voleva, non l’avrebbe sentita nessuno. Antonietta discese la scarpata, pronta a gettare il fagotto nell’acqua. Inciampò su una radice, e per poco non cadde lei stessa nel corso salmastro. Un verso d’animale la congelò sul posto. Voltò la testa da una parte all’altra, scandagliò la boscaglia in cerca di qualcosa.
Che animali pericolosi c’erano lì in pianura?
Qualche volpe, forse, ma le avevano sempre insegnato che quelle erano un pericolo per le galline, non per gli umani. Ma non erano solo umani e animali a popolare la notte, specie nei boschi. Tutti gli strighissi e i diavoli di cui si raccontava quando si faceva filò, presero a popolare la boscaglia. Antonietta vedeva ombre contorte muoversi verso di lei. Non ci aveva mai creduto davvero, a quelle fole, fino a quel momento. Adesso li vedeva tutti, sentiva i loro fiati freddi sul suo collo. Il verso di una civetta la sorprese tremante, in preda al panico. Antonietta abbandonò il fagotto a terra e si arrampicò su per l’argine. Il pianto della piccola lasciata all’addiaccio, i versi delle bestie notturne, i rintocchi di campane immaginarie, le voci che udiva sempre più distintamente, la perseguitarono fino a casa. Antonietta corse con foga, la milza che bruciava, il fiato bloccato fra trachea ed esofago. Quando raggiunse la sua umile abitazione e si chiuse la porta alle spalle, crollò a terra. Si mise in ginocchio, fece il segno della croce e iniziò a pregare. La stanza era rischiarata dalla debole luce d’una candela. Antonietta invocò il perdono alla Vergine Maria, stringendo le mani finché le nocche non divennero bianche. Non aveva avuto scelta, ripeteva tra i singhiozzi. Avvertì il rantolo di suo marito, steso sul paion a pochi metri da lei. Doveva essersi svegliato, ma era troppo debole per porle delle domande. Era troppo debole anche per accorgersi di quello che lo circondava. Sarebbe morto di lì a poco, la maledetta storpia non sbagliava mai quando c’era da predire le disgrazie. In lontananza, Antonietta sentì un vagito quasi impercettibile. Sciolse le mani e prese a battersi i pugni sulle tempie. 
«Basta, basta!» mugugnò, e un filo di saliva le colò giù per il mento. Il vagito si fece sempre più vicino. I gatti randagi, che bazzicavano la zona a caccia di topi, cominciarono a soffiare e miagolare. Antonietta si rimise in piedi, barcollò verso la porta e la spalancò. Vide una figura emergere dall’oscurità. Una donna, avvolta in un logoro mantello nero, con quelle che parevano zampe di gallina al posto dei piedi. I lunghi capelli, bianchi e stopposi, coprivano buona parte del volto. Antonietta era pietrificata. Si aggrappò allo stipite della porta, incapace di fare altro se non osservare la spettrale figura che le andava incontro. Tra le braccia scheletriche, la donna teneva il suo fagotto. Una volta arrivata a poca distanza da Antonietta, le consegnò la bambina. Antonietta prese in braccio sua figlia, che aveva un’espressione pacifica dipinta sul viso. Alzò lo sguardo e incrociò due occhi neri, pieni di biasimo. La donna misteriosa sollevò un dito bitorzoluto e, con un gesto di ammonimento, pronunciò poche parole.
«Non farlo mai più.»
Antonietta annuì, le lacrime che scendevano copiose. Abbassò gli occhi sulla figlia per pochi secondi, e nel risollevare la testa, vide che l’apparizione era svanita.

La chiamò Agnese, come sua madre, poiché erano nate nello stesso periodo, metà luglio. 
Agnese era di discreta bellezza, con la testa proporzionata, gli occhi scuri e molti capelli. Quando Ursula andò a bussare alla sua porta, per farsi dare un po’ di farina, e la trovò con la bimba attaccata al seno, si limitò a scrollare le spalle. 
«Teo ghevo dito, mi, che te ieri piena!» 
Saputa la notizia, i compaesani si presentarono alla casa dei Lupi per felicitarsi con Antonietta, sostenendo che partorire alla sua età, e senza l’aiuto della levatrice, era un miracolo e non una disgrazia, come lei continuava a farfugliare. Sandrina Buoso, fresca di parto e forte dei suoi diciannove anni, si offrì di allattargliela, in cambio di qualche aiuto nei lavori domestici. 
«Ho già trovato la sposa al mio maschietto!» ripeteva estasiata. Anche la moglie del padrone, che in estate soleva soggiornare nella villa di campagna, venne a congratularsi con Antonietta. La donna aveva avuto solo figli maschi, e sosteneva che di donne c’era sempre bisogno, perché: «Se i omani vien ciamà par ‘ndare in guera, xe le donne che ga da mandare avanti la baraca.» 
Le assicurò anche che, nell’eventualità in cui Nanni morisse, lei e la figlia sarebbero potute restare nella casa colonica, senza dover pagare l’affitto, almeno finché Agnese non fosse stata in età da marito. Bastava solo che s’impegnassero a lavorare sodo per ripagarli della loro generosità. Nanni era stato un lavoratore instancabile, e i padroni avrebbero ricompensato l’abnegazione dell’uomo aiutando ciò che restava della sua famiglia.
La predizione della storpia si rivelò esatta: Nanni morì prima dell’Assunzione, il due agosto. Antonietta ora era sola, e con una bambina da sfamare. 
Il villaggio in cui abitavano era composto da poche case, dove le famiglie vivevano ammassate, una chiesetta, qualche bottega d’artigianato. Una grande famiglia dove la solidarietà verso i vicini era un caposaldo. Una necessità. Si aveva bisogno di tutti, e tutti potevano dare una mano. 
Antonietta alla fine accettò la sua nuova condizione. Agnese stava bene, cresceva sana e forte, e appena fosse diventata un po’ più grande, le avrebbe insegnato i mestieri. La storpia venne a visitare la bimba per misurarle i panni, stabilendo che non aveva il malocchio né altre magagne, e ne unse il corpicino con olio d’alloro per proteggerla dagli spiriti malevoli. Antonietta si era guardata bene dal domandarle se fosse stata lei a seguirla e a riportarle la bimba, magari camuffando i piedi a quella maniera per farle prendere un bello spavento. Conoscendo la vecchia, ne sarebbe stata capace. Temeva, però, che l’altra negasse, e Antonietta non voleva davvero sapere cos’era successo quella notte. Alla fine si convinse che era stata un’allucinazione, dovuta ai terribili dolori del parto. Tuttavia, Antonietta non mise più un piede fuori di casa dopo il tramonto, nemmeno per andare a recitare il rosario o per recarsi a fare filò. Se c’erano degli spiriti che dimoravano nel buio e nella nebbia, lei non voleva correre il rischio di incontrarne. 
Purtroppo, non riuscì mai a liberarsi della convinzione che quella visione, reale o immaginaria che fosse, presagisse un destino infausto per la piccola.
«Appena la se fa donnetta la marido!» si ripeteva, sperando che il tempo passasse il più in fretta possibile. 

 

 

 

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