The Last Smile in Sunder City – Luke Arnold – Estratto dal primo capitolo

The last smile in Sunder City – Luke Arnold | Nua Edizioni

The Last Smile in Sunder City – Luke Arnold – Estratto dal primo capitolo

Ieri Luke Arnold ha condiviso sul suo blog un estratto del primo capitolo del suo romanzo, The Last Smile in Sunder City, che pubblicheremo a maggio e presenteremo in anteprima al Salone di Torino.

Visto che la nostra traduzione è pressoché completata (manca la correzione di bozze finale), abbiamo deciso di fare altrettanto e condividere con voi lo stesso brano, tradotto. Una piccola parte era già stata pubblicata sui social tempo fa ma qui di seguito trovate l’estratto completo.

 

(Il protagonista, Fetch Phillips, è stato convocato dal preside Burbage della Ridgerock Academy per discutere di un potenziale caso e gli è stato richiesto di arrivare in anticipo rispetto all’appuntamento così che potesse assistere a una presentazione speciale)

 

Buona lettura!

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Non era la mia scuola e non ci ero mai stato, ma l’atmosfera era intrisa di una mano pesante di nostalgia: l’aroma indimenticabile di macchie d’erba, maniche col muco, paura, confusione e sandwich al burro di arachidi vecchi di una settimana.

Le porte rosse mostravano qua e là dei graffiti involontari di qualche manina indisciplinata. Le aprii, attesi un istante per abituarmi all’oscurità ed entrai il più silenziosamente possibile.

L’enorme palestra fungeva anche da auditorium. Da un lato erano impilate con ordine le sedie, dall’altra era sparsa l’attrezzatura sportiva. Nel mezzo, la calda luce di un proiettore tagliava il buio e illuminava un liscio schermo bianco. Al di sopra di un centinaio di bambini che parlottavano a voce bassa seduti sul pavimento galleggiavano particelle di polvere. Andai verso il retro della sala, mi appoggiai al muro e attesi quel che doveva succedere.

Una ragazzina strillò, dei ragazzi risero. Poi un uomo dall’aspetto dimesso con capelli bianchi e grandi occhiali entrò nel cono di luce.

«Non fate chiasso, per favore. Sta per cominciare la presentazione.»

Riconobbi la voce che aveva fatto la chiamata.

«Sì, signor Burbage,» cantilenarono i bambini all’unisono. Il preside si avvicinò al proiettore e la luce fece risaltare le linee dure del suo viso. Tra gli scolari passò un brivido di eccitazione mentre toglieva dalla scatola una pellicola e la caricava sul rocchetto. Gli altoparlanti crepitarono e ne uscì una voce solenne.

«L’Opus è lieta di presentare…»

Mi si mozzò il respiro. L’Opus era il mio vecchio datore di lavoro e non ci eravamo lasciati in termini molto amichevoli. Se era questo che Burbage voleva che vedessi, doveva conoscere un po’ la mia storia. Non mi piaceva per niente.

«… Io e il mio corpo: crescere dopo la Coda.»

Per l’agitazione cominciai a tirare un filo allentato della manica. La voce fuori campo diventò quella di un annunciatore che parlava con quel tono falso e cordiale che associavo ai venditori, ai truffatori e ai poliziotti corrotti.

«Salve a tutti! Oggi parleremo del vostro corpo. Non dovete sentirvi a disagio, mi raccomando; il vostro corpo è veramente speciale ed è importante che sappiate il perché.»

Un ragazzino gemette, sperando di suscitare una risata ma senza ottenerla. Non ero l’unico che si sentiva nervoso.

«Ogni corpo è diverso, e va bene così. Esseri diversi vuol dire essere speciali, e ognuno di noi è unico e speciale così come è.»

Sullo schermo apparvero due cartoni animati: un maschietto e una femminuccia. Salutarono i ragazzini del pubblico come se fossero vecchi amici.

«Potrebbe essere che il vostro corpo abbia qualcosa che i vostri amici non hanno. O forse sono loro ad avere qualcosa che voi non avete. Queste differenze potrebbero confondervi se non sapete da dove vengono.»

I piccoli personaggi si muovevano seguendo la voce e scrollarono le spalle mentre, sopra le loro teste, apparivano dei punti di domanda. Cominciarono a trasformarsi.

«Forse avete un amico con i denti aguzzi.»

La bambina aprì la bocca per rivelare delle zanne affilate.

«Forse avete dei moncherini in cima alla schiena.»

Il bambino si girò mostrando due bozzi che emergevano dalle scapole.

«Magari siete ricoperti di una bella pelliccia scura o avete più occhi dei vostri compagni di classe. La vostra pelle è trasparente? Avete gambe lunghissime? O persino una coda? Qualsiasi cosa siate, chiunque siate, siete speciali. E siete così per una ragione.»

L’immagine cambiò e diventò un paesaggio: montagne, fiumi e pianure, disegnate nello stile innocente di un libro di illustrazioni. Nonostante il filmato si sforzasse di nasconderlo, sapevo benissimo che la storia non avrebbe avuto un lieto fine.

«Dall’origine dei tempi, il mondo si è alimentato da una fonte naturale di energia che chiamiamo magia. Quasi tutte le creature che camminavano sulla terra la possedevano. I Maghi la usavano per lanciare incantesimi. I Draghi e i Grifoni volavano in cielo. Gli Elfi conservavano bellezza e gioventù per secoli. Ogni creatura era in armonia con lo spirito del mondo e questo la rendeva diversa. Speciale. Magica.

«Ma sei anni fa, prima ancora che alcuni di voi nascessero, ci fu un incidente.»

Il filo si staccò dalla manica quando lo tirai troppo forte. Me lo avvolsi stretto attorno al dito.

«Esisteva una specie che non era collegata alla magia del pianeta: gli Umani. Erano invidiosi del potere che li circondava, perciò cercarono di cambiare il corso delle cose.»

Nella parte sinistra del petto sentii una familiare staffilata di dolore, così infilai una mano nella tasca del giaccone per cercare la mia medicina, un pacchetto di Clayfield Heavies. Le Clayfield sono la versione prodotta su larga scala di un antidolorifico che la gente da queste parti usa da secoli. In pratica, sono fogli della corteccia di recus, tagliati fino a diventare stuzzicadenti. Me ne infilai un rametto tra i denti e lo morsi mentre il filmato continuava.

«Per porre rimedio alla loro naturale inferiorità, gli Umani costruirono delle macchine. Inventarono una grande varietà di armi, attrezzi e strani dispositivi, ma non gli bastò. Sapevano che le macchine non sarebbero mai state potenti quanto le creature magiche che li circondavano.

«Poi, gli Umani sentirono una leggenda che raccontava di una montagna sacra dove il fiume magico che scorreva nel pianeta risaliva in superficie, di un ingresso che conduceva dritto al cuore del mondo. Questo mito antico suggerì agli Umani un’idea.»

L’immagine si tramutò in un esercito di soldati rabbiosi che brandivano spade e torce e spingevano una trivella gigante.

«Nel tentativo di catturare la magia naturale del pianeta per riservarla a loro stessi, l’Esercito Umano invase la montagna e ne sconfisse i protettori. Quindi, nella speranza di piegare il potere del fiume ai propri desideri, infilarono le loro macchine nell’anima del nostro mondo.»

Guardai quel semplice cartone animato descrivere gli eventi che sarebbero stati conosciuti come la Coda.

I bambini assistevano in silenzio mentre l’esercito concentrava le proprie forze sulla montagna. Sullo schermo sembrava semplice come far scivolare un pezzo degli scacchi sulla scacchiera. Loro non sentivano le urla, l’odore degli incendi. Non vedevano lo spargimento di sangue, i corpi.

Non vedevano me.

«L’Esercito Umano mandò le sue macchine all’interno della montagna, ma quando gli Umani tentarono di imbrigliare il potere del fiume, accadde qualcosa di molto più terribile. Il luccicante fiume di magia si trasformò da una pioggerellina nebulizzata a solido cristallo. Si ghiacciò. Il cuore del mondo smise di battere e ogni creatura umana ne percepì il mutamento.»

Sentivo la bile in bocca.

«Dal cielo precipitarono i Draghi. Gli Elfi invecchiarono di secoli in pochi secondi. I corpi dei Mutalupi diventarono instabili e li lasciarono deformi. La magia fu prosciugata dalle creature viventi. Da tutti noi. E così viviamo da allora.»

Nell’oscurità, vidi le teste che si giravano. Quei piccoli corpi si esaminavano, poi si voltavano a studiare i vicini. Ora, anche il loro mondo era avvolto dalla tristezza con cui il resto di noi conviveva da sei anni.

«Forse portate ancora addosso la vostra antica grandezza. Ali, zanne, artigli e code sono i regali del grande fiume. Proclamano la vostra discendenza e non bisogna vergognarsene.»

Morsi la Clayfield troppo forte, spezzandola in due. Da qualche parte, nella sala, un bambino piangeva.

«Ricordatevi, forse non siete magici, ma siete ancora… speciali.»

La pellicola si sfilò dal proiettore e si avvolse sulla bobina, emettendo una dozzina di clic impazziti prima di fermarsi. Burbage accese le luci ma i bambini restarono in silenzio, come impietriti.

«Vi ringrazio per la vostra attenzione. Se avete domande riguardo al vostro corpo, alla vostra specie o alla vita prima della Coda, i vostri genitori e insegnanti saranno felici di parlarne con voi.»

Mentre Burbage concludeva la presentazione, cercai di fare del mio meglio per confondermi con il muro alle mie spalle. Asciugai con un vecchio fazzoletto il sudore che mi imperlava la fronte. Quando alzai lo sguardo, mi trovai soggetto allo scrutinio di un paio di occhi.

Erano di un verde fosco con minuscole pupille a punta di spillo: elfici. Giovani. Ma il volto era vecchio. La pelle degli Elfi non aveva elasticità, non più ormai. Le borse sotto gli occhi suggerivano decine di anni senza un sonno ristoratore, ma il bambino non poteva averne più di cinque. Aveva i capelli bianchi e senza vita e il suo piccolo scheletro era storto. Non mostrava alcuna espressione, ma sembrava scrutare nella mia anima.

E avrei potuto giurare…

Sapeva.

 

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