Anteprima gratuita – La giostra della vita – Lisa Beneventi

La giostra della vita

Anteprima gratuita – La giostra della vita – Lisa Beneventi

Anteprima gratuita della nostra prossima uscita, la nuova saga familiare di Lisa Beneventi, La giostra della vita. Buona lettura!

PROLOGO

 

Non chiedetemi se questa storia è vera.

Potrei deludervi se vi dicessi che è una storia inventata.

Posso dirvi però che è la storia di una famiglia italiana come tante altre. Coi suoi drammi, le sue gioie, le sue contraddizioni. E, come tutte le famiglie, anche questa ha i suoi scheletri nell’armadio, i suoi silenzi, le sue ambiguità, le sue menzogne, le sue verità nascoste e le sue verità urlate.

 

Se per caso nella “bassa” reggiana esistono cognomi come Colombo, Benatti, Borghi, Carrara, è una pura coincidenza, perché sono nomi scelti a caso.

 

Gli eventi raccontati partono dalla metà dell’Ottocento e arrivano quasi ai giorni nostri.

Essi si svolgono in un paese qualsiasi della “bassa” reggiana, presso le rive del Po, con i suoi canali, le sue golene, le sabbie delle dune, i pioppi, i salici bianchi.

 

Consideratela quindi una storia “vera” immaginata.

O possibile o verosimile.

Fate voi!

1

DOMENICO COLOMBO

äl forastér

Quando i ricchi si fanno la guerra tra loro, sono i poveri a morire.

J.-P. Sartre

 

Si svegliò di soprassalto come se un forte boato avesse scosso all’improvviso l’aria intorno a lui.

Si guardò attorno.

No, non era stato un boato.

Era stato il rumore del silenzio, un silenzio tombale che dopo il fragore della notte era calato sulla vallata avvolgendola in una coltre di fumo, di nebbia e di vapore, che velava l’orizzonte come un drappo funebre.

Era ormai l’alba.

I fucili e i cannoni avevano smesso di sparare. Le grida dei soldati si erano spente. Il rullo dei tamburi era cessato. Il tintinnio delle baionette non riecheggiava più nelle valli e lungo i pendii delle colline. Anche i cavalli si erano arresi e non nitrivano più.

Sebbene si fosse alla fine di giugno e le giornate fossero già calde e afose, a causa dei frequenti acquazzoni, la notte era stata molto umida.

Domenico aveva dormito all’addiaccio, al riparo nel bosco, dietro un folto cespuglio, coperto solo dal suo tabarro: ora si sentiva tutto intirizzito.

Si alzò, si stirò, bevve un sorso d’acqua, mangiò l’ultimo tozzo di pane che gli restava, poi issò il suo sacco sulle spalle e s’incamminò verso la vallata.

Non si aspettava di vedere quello “spettacolo” raccapricciante.

Rimase allibito.

Lo scontro doveva essere stato tremendo.

A mano a mano che penetrava in quella coltre di fumo e di nebbia, sentiva levarsi da terra i gemiti sommessi e insistenti dei feriti, in tutte le lingue: francese, piemontese, tedesco, croato, sloveno, ungherese. Ovunque cadaveri di soldati, con divise diverse, e corpi di cavalli sparsi sui campi di grano calpestati, nei fossati, sui pendii delle colline, nei boschi.

Un mare di cadaveri…

Qualche ferito cercava di rialzarsi barcollando, per ricadere di nuovo a terra, stordito, qualche metro più in là. Un gruppo di persone, certamente gli abitanti dei villaggi vicini completamente distrutti, cercava di aiutare i feriti portandoli di peso presso un casolare ai bordi del bosco. Tra loro un signore distinto, ben vestito, si dava da fare per organizzare i soccorsi. Sentì che lo chiamavano Dunant[1].

Domenico si chiese cosa ci facesse un francese lì. La sua presenza gli sembrava fuori luogo, quasi sconveniente.

Come era sconveniente, anzi immorale e ignobile, quello che stavano facendo lontano dai soccorritori alcuni uomini che, senza alcuna pietà, frugavano nelle tasche dei cadaveri per cercare qualche lira o qualche centesimo, piemontese o francese che fosse; andavano bene anche i fiorini austriaci.

Sciacalli!

Accaparravano tutto quello che poteva servire loro, perfino i resti del pasto che quei soldati non avevano fatto in tempo a consumare prima dello scontro. E poveracci anche loro, questi sciacalli, che, pur di mettere qualcosa sotto i denti, non avevano rispetto per nessuno, nemmeno per i morti, nemmeno per loro stessi.

Domenico decise di proseguire il suo cammino verso sud-est, limitandosi a raccogliere qualche frutto caduto per terra.

Aveva ormai attraversato tutta quella vallata di morte quando si accorse di essere seguito ormai da un’ora. Si fermò e si volse indietro.

«Alura, ça vöt da mì, Biunda?» disse in un dialetto misto tra il lombardo e il piemontese.

Anche la mucca si fermò e lo guardò.

Era una “varzese” dal mantello formentino, una buona mucca da latte.

«Sèt sula anca ti? Ma ti te parlat no[2] Per tutta risposta la mucca muggì.

«Alura, su andùma. Andiamo.» E insieme proseguirono il loro cammino come fossero vecchi amici.

La prima intenzione di Domenico, quando aveva lasciato Montù Beccaria nell’Oltrepò pavese, era stata quella di andare verso Genova per imbarcarsi su una qualche nave e fuggire verso il Nuovo Mondo. Era stanco della sua vita di bracciante presso la grande fattoria agricola dove lavorava ormai da qualche anno, dopo avere trascorso una triste infanzia in un orfanotrofio vicino a Milano. Voleva qualcosa di meglio.

La presenza massiccia di truppe francesi che scendevano in Italia coi loro moderni cannoni a canna rigata lo aveva spinto a deviare verso sud-est con l’idea di raggiungere il porto di Livorno. A un certo punto si era ritrovato alle spalle anche le truppe piemontesi con i loro estrosi cappelli piumati.

Che fare?

Si era nascosto, li aveva lasciati passare, poi aveva deciso di seguirli, in lontananza. Avrebbe approfittato così dei ponti che il Genio piemontese avrebbe costruito su canali e fiumi che abbondavano in quella regione o di quelli che gli austriaci non avevano distrutto nella loro ritirata verso Mantova, dopo la sconfitta di Magenta.

Le truppe francesi, comandate da Napoleone III, si erano mosse verso est e avevano passato il fiume Chiese. L’esercito piemontese, guidato da Vittorio Emanuele II, era rimasto più a nord dello schieramento alleato, costituendo la sua ala sinistra. Aveva passato anch’esso il Chiese. E così fece pure Domenico che aveva continuato a seguire le truppe osservando da lontano i loro movimenti.

Era stanco e aveva fame. Ormai le scorte che aveva preparato per la sua fuga si stavano esaurendo. Non aveva previsto di finire nel bel mezzo di quelle manovre militari e di dovere modificare giorno dopo giorno il suo percorso.

La notte del 23 giugno si era svegliato bruscamente: le truppe francesi, più vicine alla sua postazione, si stavano muovendo, precedute da una considerevole avanguardia pronta a espugnare eventuali punti ancora occupati dagli austriaci. Con ogni probabilità si stavano spostando anche le truppe piemontesi.

Verso l’alba, quasi inaspettatamente, franco-piemontesi e austriaci si erano venuti a trovare gli uni di fronte agli altri. Un “incontro” inatteso, non previsto. Nessuno conosceva le intenzioni dell’avversario.

Così era iniziata la battaglia sui territori di Solferino, San Martino, Medole, Guidizzolo e Pozzolengo, tra i fiumi Chiese e Mincio, una battaglia feroce, brutale, che si sarebbe protratta per oltre diciotto ore.

Era, quella, una zona caratterizzata da una serie di piccole alture, culminanti nel villaggio di Solferino, la cui torre, per la sua posizione strategica, era chiamata la “spia d’Italia”. Poi, verso sud-est, il paesaggio proseguiva con alture digradanti fino a raggiungere la grande Pianura Padana.

Domenico si era nascosto nel bosco su una di quelle alture e da lì osservava la strenua difesa degli austriaci all’interno della rocca e del cimitero di Solferino, che era diventato il punto nevralgico della battaglia. Fino a quando un generale francese aveva deciso di aggirare il paese e ordinato l’assalto generale alla baionetta. Al grido di “Viva l’Imperatore!” le truppe francesi avevano accerchiato gli austriaci che cominciavano a vacillare. Lentamente questi retrocedettero e finirono per ritirarsi.

Il sole era già alto quando i francesi occuparono la rocca e le colline circostanti.

Ma la battaglia non era ancora terminata. Per ore i francesi e gli austriaci si contesero villaggi, campi, colline, mentre i piemontesi combattevano strenuamente presso San Martino.

Esausto, Domenico si era addormentato. Neppure il forte temporale che era scoppiato nel tardo pomeriggio era riuscito a svegliarlo. Ma, grazie a esso, vi era stata una pausa negli assalti, facilitando la ritirata degli austriaci che, per ordine di Francesco Giuseppe, dovevano riprendere le loro posizioni sulla riva sinistra del Mincio.

Non tutti i comandanti, però, ubbidirono al loro imperatore. Gli scontri continuarono fino a notte quando ebbe termine una delle più sanguinose battaglie dai tempi delle guerre napoleoniche.

Poi, il silenzio, il brusco risveglio, la visione di morte.

Quando Domenico riprese il cammino seguito dalla sua Biunda, si sarebbe aspettato che le truppe francesi inseguissero il nemico sconfitto. Non fu così. Dopo tante ore di battaglia, anche i vincitori erano stremati. Trascorsero diversi giorni di inattività, fino a che, inaspettatamente, Napoleone III, seguito poi da Vittorio Emanuele II, decise di incontrare Francesco Giuseppe a Villafranca. Lì, firmarono un armistizio che pose fine alla Seconda Guerra d’Indipendenza.

Ma a quel punto Domenico era ormai lontano.

Aveva deciso di dirigersi verso sud per evitare di scontrarsi con le retrovie austriache.

Seguito dalla sua mucca, percorreva sentieri, attraversava campi, tenendosi lontano dal fiume Mincio, oltre il quale supponeva si trovassero le truppe dell’imperatore, e lontano da Mantova ancora occupata dagli austriaci.

Dovette camminare a lungo prima di abbandonare la vallata della morte. Attraversò boschi, campi, canali, osservando con un certo stupore l’arretratezza delle coltivazioni e la miseria delle case rurali. Un paesaggio ben diverso da quello della regione in cui era cresciuto, caratterizzato da vallate ordinatamente coltivate a vigneti e da grandi poderi abitati da gente laboriosa.

Alla fine di quella difficile giornata, Domenico si fermò per la notte a Marcaria, un villaggio di quattro case attorno alla Chiesa parrocchiale. La Biunda fu la sua salvezza. In cambio di un mezzo secchio di latte fresco ottenne dai bottegai e artigiani del villaggio pane, formaggio, un pezzo di polenta e di saracca, e il rifugio per la notte per lui e la sua mucca in una casa semiabbandonata.

All’osteria del paese i paesani gli offrirono un bicchiere di vino in cambio di notizie fresche. Le voci si erano diffuse con la rapidità del vento e a Marcaria sapevano già dello scontro che vi era stato vicino al Lago di Garda. Volevano altre informazioni, e Domenico li accontentò, raccontando tutto quello che aveva visto.

Lo ascoltarono ammutoliti, increduli. Qualcuno si fregò gli occhi non riuscendo a trattenere le lacrime. Pensavano ai figli o ai nipoti che erano partiti per unirsi ai rivoluzionari. Sì, perché da Marcaria, come da tutto il Mantovano, molti erano stati i giovani che avevano impugnato le armi, spinti non tanto dall’ideale di un’Italia unita – non sapevano neppure cosa fosse questa Italia – ma dal bisogno irrinunciabile di migliorare le loro condizioni di vita.

 

 

[1] Henri Dunant, premio Nobel per la Pace nel 1901, fondatore della Croce Rossa Internazionale.
[2] «Sei sola anche tu, ma tu non parli.»

 

***

Vi ricordiamo che La giostra della vita di Lisa Beneventi sarà disponibile in tutte le librerie dal 28 luglio!

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